martedì 2 giugno 2026

Diritti, laicità e cittadinanza: una riflessione radicale a partire dalle preoccupazioni di Dario Farinola

 

Il dibattito sulla cittadinanza e sull'integrazione è da sempre uno dei terreni più complessi e scivolosi della politica occidentale. Un recente post su Facebook del compagno Dario Farinola, segretario del Partito Libertario e iscritto al nostro Movimento Radicale - Movimento d'Azione, offre uno spunto di riflessione approfondito che merita di essere analizzato con attenzione, rispetto e con la tipica apertura al confronto della nostra cultura laica, liberale e riformatrice.

Farinola esprime una netta contrarietà alla concessione della cittadinanza ai cittadini extracomunitari, motivata dal timore di un indebolimento dei diritti politici acquisiti e dal rischio di derive confessionali a livello locale. È bene dirlo chiaramente: la sua preoccupazione è tutt'altro che infondata. Il timore che aperture scriteriate, dinamiche migratorie fuori controllo e concessioni "all'ingrosso" della cittadinanza possano creare gravi scompensi sociali e politici è assolutamente legittimo. Su questo punto, il rifiuto di un buonismo superficiale e privo di regole trova una sponda comprensibile in chiunque abbia a cuore la tenuta delle istituzioni democratiche.

Il valore del dialogo e il principio della nonviolenza

 

Proprio perché Dario condivide con noi l'adesione al Movimento, questo confronto nasce sotto il segno di una comune radice. Nel nostro Statuto è sancito che l'azione del Movimento si basa rigorosamente sulla nonviolenza. Ed è proprio partendo da questo principio cardine che intendiamo dialogare con lui, sperando che questa riflessione possa essere feconda di cambiamenti positivi e di arricchimento reciproco.

La prospettiva radicale, infatti, suggerisce che l'esclusione a priori di una vasta platea di individui che vivono, lavorano e contribuiscono alla nostra società rischi di tradursi, seppur involontariamente, in una forma di coercizione burocratica da parte dello Stato. Creare una classe permanente di residenti privi di diritti politici rischia di generare quella marginalità sociale che è il vero terreno di coltura dei risentimenti e dei radicalismi. La sfida, per noi, non è chiudere le porte per paura dello Stato autoritario, ma usare il diritto per scardinare l'autoritarismo dello Stato.

La lezione della storia: il suffragio femminile e lo spettro del "voto condizionato"

 

Proprio oggi ricorre l’anniversario della prima volta in cui le donne votarono in Italia, il 2 giugno 1946. Questa ricorrenza ci offre una formidabile analogia storica. Qualche decennio prima di quella conquista, ampi settori del mondo liberale e socialista si coalizzarono di fatto contro l'estensione del voto alle donne. La loro motivazione era speculare a quella espressa oggi da Farinola: si temeva che l'elettorato femminile, culturalmente condizionato dai preti e dalle strutture ecclesiastiche, avrebbe votato in massa per forze confessionali, compromettendo le conquiste laiche e i diritti già acquisiti.

La storia ha dimostrato quanto quella paura, per quanto allora comprensibile, fosse miope. Le donne sono state le protagoniste assolute dei grandi cambiamenti civili e sociali degli anni '70. Il Partito Radicale colse subito questa forza, diventando la prima forza politica in Italia ad avere una donna come segretaria di partito, Adelaide Aglietta, nel 1976. Quell'audacia laica ci portò a eleggere in Parlamento una rappresentanza femminile straordinariamente pluralista e provocatoria, capace di unire sotto la stessa bandiera del diritto figure opposte come la suora Maria Luisa (Marisa) Galli e la pornoattrice Ilona Staller. La democrazia liberale ha vinto non selezionando l'elettorato, ma scommettendo sulla capacità di emancipazione di ogni singolo individuo all'interno delle regole del gioco.

L'antidoto all'integralismo: l'islam laico e transnazionale

 

Il compagno Farinola evoca il rischio della "rana bollita" dinanzi alla nascita di movimenti islamici locali. Se guardiamo alle derive teocratiche di molti Paesi extracomunitari, l'allarme è comprensibile. La risposta radicale a questo rischio non è la chiusura difensiva, bensì la valorizzazione di quell'Islam aperto, laico e nonviolento che esiste ed è parte della storia dei diritti.

Pensiamo a Abdul Ghaffar Khan, noto come Badshah Khan (il "Gandhi musulmano"), che guidò un esercito disarmato di centomila musulmani dediti alla resistenza nonviolenta e all'istruzione. O, ancora più vicino alla nostra storia, ricordiamo il sindaco di Sarajevo durante i tragici anni dell'assedio, Muhamed Kreševljaković: un cittadino di fede islamica, simbolo della resistenza democratica e multietnica, che scelse di iscriversi proprio al Partito Radicale.

Per Marco Pannella e per noi, l'appartenenza religiosa non è un destino manifesto, ma una dimensione privata che deve piegarsi alle regole dello Stato di diritto. Riconoscere la cittadinanza a chi dimostra di voler far parte della nostra comunità non è una concessione all'integralismo, ma l'unico modo per isolarlo, offrendo a chi fugge dalle teocrazie un porto sicuro fondato sulla laicità delle istituzioni.

Governare i processi: la proposta "Ero straniero"

 

Condividiamo con Farinola il rifiuto di aperture scriteriate. La via radicale e riformatrice si è infatti tradotta nella proposta di legge di iniziativa popolare "Ero straniero - L'umanità che fa bene", promossa da Radicali Italiani e Più Europa insieme a numerose associazioni. Quella proposta non chiede un'accoglienza indiscriminata, ma il superamento della fallimentare legge Bossi-Fini attraverso canali legali di ingresso per lavoro, permessi temporanei per la ricerca di occupazione e la regolarizzazione basata sul radicamento sociale e lavorativo. Questa è la legalità che governa i fenomeni, contrapposta all'illegalità generata dalla burocrazia statale.

Diceva Marco Pannella:

«Noi siamo per il diritto alla vita, ma anche per la vita del diritto. Il diritto che non si evolve per includere l'altro, diventa un'arma di oppressione contro noi stessi».

Caro Dario, il modello statale attuale, intrinsecamente burocratico e centralista, non si combatte lasciando le persone in un limbo giuridico privo di rappresentanza. Si combatte estendendo la responsabilità individuale, la legalità e gli strumenti della nonviolenza. Sotto il cielo della laicità e dello Stato di diritto, c'è spazio per governare i processi senza cedere alla paura, costruendo insieme una società autenticamente libera.

L’antiproibizionismo del corpo: da Cicciolina a Valentina Nappi, la proposta radicale contro lo Stato Etico

Esiste un filo rosso che unisce le storiche proposte radicali: il principio fondamentale per cui il corpo appartiene alla persona e non allo Stato. La morale privata di chi governa non può e non deve mai tradursi in legge, sanzione o gabella fiscale.

Oggi questa storica impronta antiproibizionista si esprime nella campagna nazionale "Stop Tassa Etica", la proposta di legge di iniziativa popolare promossa per raccogliere le 50.000 firme necessarie all'abrogazione del balzello sul porno. Al fianco dei militanti, la pornoattrice e attivista Valentina Nappi e le content creator Luiza Munteanu e Brisen dimostrano come il moralismo e la sessofobia istituzionale abbiano solo cambiato d'abito, ma non sostanza.

Il 1987 e lo "scandalo" di Ilona Staller: il corpo come messaggio politico

Per comprendere la mobilitazione attuale sul lavoro nel porno in Italia, bisogna ricordare da dove veniamo. Quando nel 1987 Marco Pannella candidò nelle liste del Partito Radicale Ilona Staller, in arte Cicciolina, l'opinione pubblica gridò allo scandalo. Quella non era una provocazione goliardica o una trovata pubblicitaria: era un'azione politica dirompente. Portare una pornostar alla Camera dei Deputati significava:

  • sfidare il monopolio clericale sui costumi dell'Italia degli anni Ottanta;

  • rivendicare i diritti civili dei lavoratori dello spettacolo porno, fino ad allora confinati nell'ombra della marginalità sociale;

  • svelare l'ipocrisia dei partiti tradizionali, pronti a consumare la sessualità nel privato e a censurarla in pubblico.

Quella stagione dimostrò che la liberazione dei corpi era strettamente legata alle lotte sul divorzio, sull'aborto e sull'autodeterminazione individuale.

I numeri dell'ipocrisia: cos'è la "Tassa Etica" sul porno

Se negli anni Ottanta lo Stato usava la censura penale, oggi usa lo strumento più subdolo di tutti: il fisco. La cosiddetta "Tassa Etica" è stata introdotta dall'art. 1, comma 466, della Legge Finanziaria 2006 (governo Berlusconi) e prevede un'addizionale del 25% su IRPEF e IRES per i redditi derivanti dalla produzione e distribuzione di materiale pornografico.

Il quadro è peggiorato di recente: l'Agenzia delle Entrate ha esteso l'applicazione del balzello anche ai "creator" digitali indipendenti (come chi lavora su piattaforme stile OnlyFans), stabilendo che la sovrattassa del 25% si applica persino a chi si trova nel regime forfettario.

ImpattoDati e conseguenze reali

Chi colpisce davvero

Non le grandi multinazionali estere, ma i piccoli creator italiani indipendenti che gestiscono la propria attività autonomamente.

Il mito dei super-guadagni

Smentito dai dati della Creator Economy: oltre il 90% dei creator digitali autonomi guadagna mediamente meno di 400€ al mese. L'addizionale ne distrugge la sostenibilità economica.

L'effetto sul mercato

Non diminuisce i consumi di pornografia (l'Italia è stabilmente ai vertici mondiali), ma spinge i professionisti italiani a delocalizzare la produzione all'estero, provocando un danno erariale.

La mobilitazione guidata dai compagni radicali si sta sviluppando attraverso azioni dirette e momenti di forte scontro politico su tutto il territorio nazionale:

Il lancio al Senato (27 gennaio)

La campagna è partita ufficialmente a Roma, nella sala dell'Istituto Santa Maria in Aquiro del Senato, con una conferenza stampa in cui Valentina Nappi e Luiza Munteanu hanno illustrato i profili di incostituzionalità della norma insieme ai rappresentanti dei Radicali.

Lo scontro all'MP Festival di Parma (7 febbraio)

Il dibattito si è spostato sul territorio. Il Presidente di Radicali Italiani Matteo Hallissey e Valentina Nappi hanno affrontato a viso aperto l'ex senatore Simone Pillon (il quale ha proposto provocatoriamente di aumentare la tassa), ribadendo l'irragionevolezza intrinseca di un fisco moralizzatore.

Il presidio al MIMIT (28 aprile)

Un flash mob davanti al Ministero del Made in Italy a Roma – a cui ha partecipato anche la deputata Giulia Pastorella – ha denunciato come la tassa danneggi una filiera digitale legale interamente italiana, regalandone i profitti alle piattaforme straniere.

Gli ultimi eventi a Torino

La mobilitazione ha fatto tappa sotto la Mole con una serie di affollatissimi tavoli di raccolta firme nelle piazze del centro città. I militanti radicali, affiancati da Valentina Nappi, hanno riscontrato una risposta straordinaria da parte della cittadinanza torinese, trasformando i banchetti di strada in veri e propri presidi di dibattito aperti sulla laicità dello Stato e sui diritti dei lavoratori digitali.

Perché è una lotta per lo Stato Laico

Eliminare la tassa etica non è una difesa corporativa del porno, ma una trincea a difesa della Costituzione. Se si accetta il principio per cui lo Stato può sovratassare un'attività legale solo perché la ritiene "immorale", domani lo stesso meccanismo punitivo potrebbe colpire il pugilato, il body building, i libri scomodi o il cinema d'autore non allineato. La Costituzione parla chiaro: i cittadini contribuiscono al fisco in base alla loro capacità contributiva (Art. 53), non in base al giudizio etico che la politica esprime sul loro lavoro. Cancellare questo abominio giuridico significa lottare per la piena laicità delle istituzioni e per il riconoscimento dei diritti e dei doveri di chiunque operi nel settore del porno.

Come sostenere la campagna

Non permettere che lo Stato decida la morale attraverso il tuo portafoglio. Sottoscrivere la proposta di legge di iniziativa popolare è immediato e sicuro, sia dal vivo che online.

Se non puoi raggiungere i tavoli fisici nelle piazze, abbiamo attivato uno strumento di mobilitazione permanente. Nella pagina iniziale del sito del Movimento Radicale - Movimento d'Azione - all'interno dello spazio che abbiamo battezzato "Presidio digitale d'azione" - troverai la scritta "Stop Tassa Etica". Cliccandoci sopra si va al link ufficiale per firmare digitalmente la proposta di legge tramite SPID o CIE sulla piattaforma pubblica del Ministero della Giustizia. Fai sentire la tua voce. Cancella il moralismo dal fisco e difendi lo Stato laico!

I 2 giugno dei radicali tra antimilitarismo, controparate in mutande e la Repubblica del Diritto

 

Per chi si riconosce nella storia del radicalismo pannelliano, il 2 giugno non è mai stato un rito stanco da celebrare passivamente, né un feticcio nazionalista da applaudire lungo Via dei Fori Imperiali. Mentre le istituzioni celebrano la Repubblica attraverso sfoggio di muscoli, divise e sfilate di mezzi bellici, la memoria radicale ci impone di ricordare che la nascita della Repubblica nel 1946 fu un atto civile e popolare - la prima grande vittoria dell'iniziativa referendaria in Italia - e non un trionfo militare. Il rapporto tra Marco Pannella, i radicali e la Festa della Repubblica è sempre stato governato da una stella polare imprescindibile: l'antimilitarismo transnazionale e nonviolento.

"Contro ogni bomba, ogni esercito": l'antimilitarismo radicale

L'impegno radicale contro la militarizzazione dello Stato affonda le radici in una visione totale della nonviolenza. Come scriveva lo stesso Marco Pannella:

"Sono contro ogni bomba, ogni esercito, ogni fucile, ogni ragione di rafforzamento dello Stato, di qualsiasi tipo."

Questa attitudine si è tradotta storicamente nella storica proposta per il riconoscimento dell'obiezione di coscienza al servizio militare obbligatorio, condotta fianco a fianco con la LOC (Lega Obiettori di Coscienza) e figure come Paolo Pietrosanti e Ivan Novelli. Erano gli anni in cui rifiutare la divisa significava finire dritti nelle carceri militari, come accadde tra gli altri al segretario radicale Roberto Cicciomessere nei primi anni Settanta. Per decenni, i radicali hanno lottato per smilitarizzare i corpi di polizia e ridurre le spese belliche, denunciando lo spreco di risorse pubbliche.

Le contromanifestazioni del 2 giugno: l'ironia contro il militarismo

Proprio per questa matrice antimilitarista, la sfilata militare del 2 giugno è sempre stata l'obiettivo di contestazioni radicali uniche nel loro genere, capaci di unire la disobbedienza civile alla satira più sferzante. I radicali non si limitavano alla protesta ideologica; smontavano la retorica marziale con l'arma della provocazione creativa. La cronaca storica ci consegna episodi straordinari di queste contromanifestazioni:

  • I primi striscioni e i blocchi (1970) - Già in occasione del 25° anniversario della Repubblica, la polizia fermava nei pressi dei Fori Imperiali i militanti radicali che tentavano di disturbare la parata srotolando striscioni antimilitaristi.

  • Le contro-parate in mutande e pentole (anni '70 e '80) - Due giorni prima della parata ufficiale, gli attivisti antimilitaristi organizzavano regolarmente una "contro-parata" dissacrante. I militanti sfilavano in mutande, con pentole in testa a mo' di elmetto e spingendo passeggini per bambini usati come ironici simulacri di carri armati.

  • L'esercito dei burocrati (1983) - In risposta alla sfilata ufficiale, i radicali organizzarono una parata alternativa satirica per denunciare l'ipertrofia burocratica dello Stato, annunciando la marcia di inesistenti "battaglioni di autisti del Ministero della Difesa" e "reparti dattilografe della Marina".

  • La minaccia della pioggia artificiale (1986) - Sfruttando notizie scientifiche dell'epoca sui sistemi di inseminazione delle nuvole in Israele, i radicali diffusero un comunicato stampa ufficiale in cui annunciavano che avrebbero usato quella tecnologia per far piovere sulla parata militare del 2 giugno. La provocazione fu così credibile da conquistare le prime pagine dei quotidiani nazionali.

  • La sfilata degli obiettori (1987) - I radicali arrivarono a prenotare ufficialmente Via dei Fori Imperiali per il giorno successivo alla festa per portarvi a sfilare gli obiettori di coscienza, mostrando al Paese un'alternativa civile e non armata di servizio alla patria.

Il nostro 2 giugno: la repubblica dei cittadini, non delle divise

Oggi, come Movimento Radicale - Movimento d'Azione, raccogliamo questa eredità. Celebrare la Repubblica per noi significa chiedere pieni diritti civili, una giustizia giusta che non torturi i detenuti nelle carceri, il diritto alla conoscenza e il superamento dei nazionalismi in nome degli Stati Uniti d'Europa.

La parata militare del 2 giugno resta un'esibizione muscolare anacronistica. Finché la Festa della Repubblica sarà la festa delle forze armate e non dei cittadini, la nostra risposta sarà sempre quella radicale di sempre: nonviolenta, antimilitarista e ostinatamente fedele allo Stato di diritto.