venerdì 19 giugno 2026

Al fianco delle donne afghane: domenica 21 giugno il Partito Radicale in piazza a Roma contro l'apartheid di genere

Il Partito Radicale sarà in Piazza Santi Apostoli dalle 17 alle 20. I diritti umani sono universali, il silenzio è complicità.

La situazione in Afghanistan continua a rappresentare una delle più drammatiche e intollerabili violazioni dei diritti umani del nostro tempo. Sotto il giogo del regime, le donne afghane continuano a essere sistematicamente private della libertà, dell'istruzione, del lavoro e della possibilità stessa di esistere nello spazio pubblico e partecipare alla vita del proprio Paese.

Quella a cui stiamo assistendo impotenti non è solo discriminazione: è un vero e proprio apartheid di genere. Per questo motivo, il Partito Radicale lancia un appello forte e chiaro alla mobilitazione e aderisce alla manifestazione nazionale in sostegno del popolo afghano ed in particolare delle donne afghane. L'appuntamento è per domenica 21 giugno 2026, dalle ore 17 alle 20, a Roma in Piazza Santi Apostoli.

Perché i diritti umani o sono universali, o non sono diritti

Questa iniziativa si fonda su un principio non negoziabile: la transnazionalità dei diritti e della legalità. Non esistono specificità culturali, geopolitiche o religiose che possano giustificare la cancellazione della dignità della persona.

Bisogna che la comunità internazionale e le istituzioni europee facciano un passo decisivo: l'apartheid di genere deve essere formalmente riconosciuto e perseguito come crimine contro l'umanità. Voltarsi dall'altra parte significa rendersi complici di un regime che cancella il futuro di milioni di bambine e donne.

Domenica prossima non si scenderà in piazza solo per solidarietà, ma per compiere un atto di pressione politica e di testimonianza attiva. Non vanno lasciate sole le attiviste, le madri e le studentesse che, da Herat a Kabul, continuano a resistere con immenso coraggio.

Dettagli dell'evento

  • Evento: Manifestazione in sostegno delle donne afghane – Diritti | Libertà

  • Quando: Domenica 21 giugno 2026, dalle 17 alle 20

  • Dove: Piazza Santi Apostoli, Roma

giovedì 18 giugno 2026

Il feticcio delle sigle, il corpo delle lotte e la prova dello Stato di diritto: un dialogo laico nel nostro Movimento

Di Massimo Messina Tesoriere del Movimento Radicale - Movimento d'Azione

Il compagno Dario Farinola, iscritto al nostro Movimento Radicale - Movimento d'Azione, mi ha rivolto una serie di domande crude, ma che hanno il merito di costringerci a fermarci, a riflettere e a guardare oltre la miseria dei nostri recinti identitari. Mi ha chiesto, con il rigore della sua passione, come abbiano potuto i radicali accettare l'intrusione dello Stato nei corpi e la sanzione sociale del Green Pass, da lui vissuto come una intollerabile perversione giuridica applicata in assenza di un reato. Nel farlo, Dario mi ha ricordato una grande lezione di Marco Pannella: il rifiuto di comportarsi come tifosi da stadio, perché sono sempre i contenuti e le azioni a definire chi siamo, mai le etichette. Raccolgo questo invito all'onestà intellettuale con profonda umiltà.

Le crisi epocali degli ultimi anni hanno squassato le certezze di tutti e nessuno di noi può avere la presunzione di possedere la verità in tasca. Proprio per questo, dobbiamo avere il coraggio di abitare il dubbio, partendo però sempre dalla realtà dei fatti.

Guardare alla carne delle lotte, non alla burocrazia delle tessere

Se applichiamo il metodo radicale del primato dell'azione rispetto ai feticci delle sigle, la vicenda di Marco Cappato diventa esemplare. È un dato di fatto, storico e politico, che Cappato da anni abbia scelto di non definirsi più radicale e di operare attraverso altre strutture, come l’Associazione Luca Coscioni ed EUMANS. Non spetta a noi, e sarebbe meschino, pretendere di misurargli il sangue o rilasciargli patenti di ortodossia.

Se guardiamo alla carne e al sangue della sua iniziativa politica – alla disobbedienza civile metodica sul fine vita, dal caso Dj Fabo fino ai giorni nostri, e alla scelta profondamente pannelliana di mettere a rischio il proprio corpo e la propria libertà personale davanti ai tribunali per scardinare leggi ingiuste – noi vi riconosciamo l'essenza stessa del radicalismo nonviolento. Il nostro Movimento nasce esattamente per questo: non come un tribunale d'inquisizione burocratica sul possesso di una tessera, ma come una struttura di servizio pura, laica e transpartitica, a disposizione dell'intera Galassia Radicale e di chiunque consumi la propria esistenza per la vita del diritto, accogliendo iscritti dalle sensibilità diverse e coraggiose proprio come quella di Dario.

La tragedia della pandemia e l'imperativo di "conoscere per deliberare"

Il terreno della gestione sanitaria è stato il più doloroso, una ferita ancora aperta nel corpo sociale del Paese. Quando discutiamo del virus, abbiamo il dovere di farlo in punta di piedi, con il massimo rispetto per il dolore delle famiglie, per il collasso degli ospedali e per le centinaia di migliaia di decessi documentati.

Per la cultura radicale, il principio del conoscere per deliberare non è uno slogan da salotto, ma il faticoso dovere di ancorare la politica alla realtà scientifica e fattuale, rifiutando le scorciatoie delle ideologie. Nello sforzo immane di proteggere la vita della comunità, la stragrande maggioranza del mondo radicale ha visto nella ricerca e nei vaccini uno strumento fondamentale di liberazione e di tutela della libertà di tutti.

Per questa ragione, per la nostra cultura laica ed einaudiana, è stato impossibile convergere con piazze che spesso univano alle legittime preoccupazioni anche spinte emotive, irrazionali o letture complottiste che non potevamo e non dovevamo condividere. Per noi, l'autodeterminazione non è mai isolamento egoistico, ma responsabilità liberale.

Lo Stato di diritto e la realtà delle "scelte tragiche"

Questo rigoroso ancoraggio alla realtà non significa affatto, caro Dario, aver firmato una cambiale in bianco al regime o aver accettato supinamente l'operato del governo. Al contrario, la nostra è stata l'unica critica spietata, rigorosa e strettamente istituzionale contro lo scempio del metodo democratico.

Siamo stati e siamo con chi ha denunciato l'abuso dei DPCM, l'esautoramento sistematico del Parlamento e la clandestinità di Stato sui dati epidemiologici, con la mobilitazione di Dati Bene Comune. Sulla natura del Green Pass, la tua critica colpisce un nervo scoperto e un punto autenticamente radicale: introdurre pesanti limitazioni sociali e ricatti sul diritto al lavoro senza avere il coraggio politico di sancire un obbligo vaccinale chiaro per legge è stata una decisione ambigua, ipocrita e giuridicamente pericolosa. Riconosciamo l'enorme peso umano e democratico di quella distorsione amministrativa.

La politica radicale deve misurarsi con la realtà delle scelte tragiche. Nelle condizioni date e di fronte all'inerzia delle istituzioni, l'alternativa concreta al Green Pass in quel momento storico non era purtroppo il ritorno alla perfetta legalità costituzionale, ma lo spettro di nuovi e prolungati lockdown. La chiusura totale generalizzata avrebbe rappresentato un annientamento ancor più radicale dello Stato di diritto, una reclusione di massa capace di devastare per sempre il tessuto economico e le libertà fondamentali dei cittadini. Il Green Pass, pur con tutte le sue mostruosità burocratiche e le sue incoerenze normative, è stato vissuto come un compromesso drammatico e imperfetto, un cuneo d'emergenza per negoziare la riapertura del Paese ed evitare l'inferno dell'isolamento totale.

Abitare la contraddizione

Abitare la contraddizione, saper stare su una non facile frontiera, dove si bilancia il diritto alla salute della collettività con l'inviolabilità dell'individuo, è uno dei compiti più alti e più difficili. Ammettere che di fronte a eventi straordinari non esistono soluzioni facili o risposte prive di un costo umano e democratico non è debolezza, è laicità.

Il confronto con iscritti come Dario è prezioso proprio perché ci impedisce di dimenticare le ferite inflitte alle nostre regole democratiche in quegli anni difficili. Il Movimento Radicale - Movimento d'Azione non ha verità precostituite da imporre. Vuole essere luogo di ascolto, anche ruvido e franco, ma sempre fraterno, dove continuare a lottare per il diritto, la legalità costituzionale e la verità attraverso i soli strumenti della nonviolenza e del dialogo laico.

mercoledì 17 giugno 2026

Enzo Tortora, 43 anni dopo: una ferita ancora aperta

 

A quarantatré anni dal drammatico e ingiusto arresto di Enzo Tortora, avvenuto all'alba del 17 giugno 1983, il Movimento Radicale - Movimento d'Azione fa proprio l’appello accorato e stringente dei compagni del Partito Radicale Maurizio Turco e Irene TestaLa parabola umana e giudiziaria di Enzo Tortora non è una semplice pagina di storia ingiallita dal tempo, ma rappresenta lo specchio intatto e spietato delle storture che ancora oggi affliggono il sistema giudiziario italiano.

Ricordare Tortora significa guardare in faccia l'attualità di uno Stato che troppe volte, nel nome del popolo italiano, distrugge la dignità, la libertà e la vita di cittadini innocenti: un percorso di memoria e lotta che in questa giornata unisce tutta la Galassia Radicale. Proprio oggi, infatti, i compagni di Radicali Italiani hanno voluto ricordare la cruda e dolorosa realtà di quel momento con una nota ufficiale, ricostruendo con esattezza storica l'inizio di quel calvario:

"Erano le quattro del mattino del 17 giugno 1983 e la vita di Enzo Tortora cambiò per sempre. I carabinieri bussarono alla sua porta e lo arrestarono con accuse gravissime: traffico di droga e appartenenza alla camorra. Era l’inizio di uno dei più clamorosi errori giudiziari della storia italiana. Con il tempo, la verità emerse. I principali accusatori ritrattarono, ammettendo di aver mentito. In appello Tortora fu assolto e la sentenza venne confermata dalla Cassazione. Ma nessuna assoluzione poté cancellare il dolore, l’umiliazione e gli anni perduti."

L'appello del Partito Radicale (al di là del refuso cronologico)

In occasione di questa ricorrenza, il Segretario del Partito Radicale, Maurizio Turco, e la Tesoriera, Irene Testa, hanno rilasciato una dichiarazione congiunta per chiedere che il Parlamento si assuma le proprie precise responsabilità legislative.

Nei materiali grafici e nel testo diffusi dal Partito Radicale si fa riferimento a "42 anni dall'arresto". Si tratta evidentemente di un piccolo errore di calcolo o di un refuso, poiché dal 17 giugno 1983 a oggi, 17 giugno 2026, gli anni trascorsi sono esattamente 43.

Scrivono i compagni Turco e Testa:

"A 42 anni dall'arresto di Enzo Tortora, il Partito Radicale rinnova il proprio appello al Parlamento affinché non si concluda questa legislatura senza l'approvazione della proposta di legge che istituisce la Giornata nazionale delle vittime di errori giudiziari."

L'istituzione di questa Giornata nazionale non è un mero atto formale, bensì un fondamentale presidio di civiltà giuridica. Deve fungere da monito permanente per l'intera magistratura e per la classe politica affinché simili aberranti vicende non abbiano mai più a ripetersi nel nostro ordinamento. Il richiamo, al netto della necessaria correzione temporale, resta sacrosanto e non ammette deroghe: "Non si concluda questa legislatura senza approvare la proposta di legge che istituisce la Giornata nazionale delle vittime di errori giudiziari."

Una battaglia radicale che viene da lontano

Quando Enzo Tortora fu travolto dal fango delle false accuse dei pentiti e dalla cecità di un'inchiesta farsa, fu il Partito Radicale, guidato dal coraggio profetico di Marco Pannella, a schierarsi senza esitazione al suo fianco. In quei mesi drammatici, mentre gran parte dell'opinione pubblica e dei media preferiva voltarsi dall'altra parte o celebrare anzitempo il processo in piazza, i Radicali scelsero la via difficile della verità, candidando Tortora al Parlamento Europeo per offrirgli uno scudo di dignità e una tribuna da cui difendere tutti i cittadini indifesi. Da quel momento, i Radicali non hanno mai smesso di agire per una profonda e strutturale riforma della giustizia, fondata su pilastri irrinunciabili:

  • la presunzione di innocenza, intesa come argine sacro contro i processi mediatici e le custodie cautelari ingiustificate;

  • una giustizia giustarapida, equa, dove accusa e difesa si confrontino ad armi realmente pari davanti a un giudice terzo;

  • l'effettiva responsabilità civile dei magistrati, in base alla quale chi sbaglia esercitando un potere così immenso sulla vita altrui deve risponderne, ponendo fine all'intollerabile regime di sostanziale impunità corporativa;

  • il diritto al risarcimento, tempestivo, congruo e dignitoso per chiunque sia stato vittima della mala giustizia.

Come ricordato sia dai compagni Turco e Testa sia nel testo di Radicali Italiani, per Enzo Tortora quella vicenda divenne una grande battaglia politica per la "giustizia giusta". Una battaglia che, a distanza di ben 43 anni, resta purtroppo ancora aperta e attende di essere pienamente vinta.

La vicenda di Tortora non appartiene al passato, ma alla viva e urgente attualità di un Paese che continua a contare, anno dopo anno, migliaia di casi di ingiusta detenzione. Affermare i diritti e la dignità delle persone di fronte agli errori dello Stato è il dovere primario di ogni liberaldemocrazia matura.

La vicenda di Enzo Tortora non appartiene alla storia. Appartiene all'attualità di un Paese che continua a chiedere una giustizia giusta.