
Trieste-Zurigo, sola andata: il viaggio della vergogna per lo Stato italiano, l'ennesimo capitolo di una burocrazia cieca che si trasforma in tortura. Lucia aveva 80 anni, era triestina, e oggi, 3 giugno 2026, è morta in Svizzera. Ci è dovuta andare perché le istituzioni sanitarie della sua regione le hanno negato il diritto di decidere liberamente sul proprio corpo, condannandola a un esilio forzato per ottenere una morte dignitosa.
La malattia e il muro ideologico dell'ASUGI
Lucia era affetta da degenerazione cortico-basale, una rara e incurabile malattia neurodegenerativa progressiva che l'aveva privata di ogni autonomia, costringendola a dipendere totalmente dai suoi caregiver per qualsiasi attività quotidiana. Conviveva con dolori diffusi, spasmi continui e una corposa terapia farmacologica che non poteva essere interrotta senza provocarle sofferenze atroci. Nonostante la sua situazione rientrasse perfettamente nello spirito della sentenza 242/2019 della Corte Costituzionale (caso Cappato/Antoniani), lo Stato ha alzato un muro:
Agosto 2025 - Lucia presenta ad ASUGI (Azienda Sanitaria Universitaria Giuliano Isontina) la richiesta per verificare le condizioni di accesso al suicidio assistito in Italia.
Novembre 2025 - ASUGI e il comitato etico respingono la domanda. La motivazione? Secondo l'azienda sanitaria, Lucia non sarebbe "mantenuta in vita da trattamenti di sostegno vitale", ignorando la realtà clinica e i farmaci salvavita.
Marzo 2026 - Assistita dal team legale dell'Associazione Luca Coscioni, coordinato dall'avvocata Filomena Gallo, Lucia presenta una diffida ad adempiere per chiedere un'immediata rivalutazione, visto il drammatico peggioramento delle sue condizioni.
Giugno 2026 - Dopo 10 mesi di silenzi, rinvii e nessuna risposta definitiva da parte di ASUGI, Lucia – sfinita dal dolore – decide che non può più aspettare i tempi della burocrazia italiana.
Questa non è "difesa della vita". Questa è crudeltà di Stato.
Il coraggio del Soccorso Civile: domani l'autodenuncia
Di fronte al cinismo delle istituzioni, l'unica risposta parimenti forte resta la disobbedienza civile. Lucia non ha affrontato il viaggio da sola: è stata accompagnata in Svizzera da Matteo D'Angelo e Antonella Lauvergnac, attivisti di Soccorso Civile, l'organizzazione nata per l'aiuto aperto al fine vita guidata da Marco Cappato. I due disobbedienti civili hanno già annunciato che domani mattina, 4 giugno 2026, si recheranno alla Questura di Trieste per autodenuncerarsi, sfidando una legge ingiusta e anacronistica e rischiando fino a 12 anni di carcere.
Quando lo Stato abbandona i malati al dolore e all'attesa infinita, la disobbedienza civile smette di essere una scelta e diventa un preciso dovere morale. Accompagnare Lucia non è un reato, è un atto di fondamentale civiltà.
Il Movimento Radicale - Movimento d'Azione si schiera senza riserve e con assoluta convinzione al fianco dei militanti della Luca Coscioni e del Soccorso Civile. Esigiamo:
La discussione e approvazione della legge sul fine vita dell'Associazione Luca Coscioni - Il Parlamento non può più nascondersi. Chiediamo alle Camere di calendarizzare e votare subito la proposta di legge di iniziativa popolare per garantire un percorso laico, sicuro e privo di ostacoli ideologici, che obblighi le ASL a rispettare tempi certi ed elimini l'ipocrisia burocratica sui "sostegni vitali".
Il rispetto sacrosanto dell'autodeterminazione - La vita e il corpo appartengono ai singoli individui, non ai calcoli elettorali dei partiti o ai dogmi religiosi.
La fine della criminalizzazione delle azioni di Soccorso Civile e di chiunque aiuti un malato terminale a liberarsi da un'agonia insopportabile.
Lucia ha finalmente trovato la pace che l'Italia le ha negato. A noi resta il dovere di combattere per fare in modo che sia l'ultima cittadina costretta a morire in esilio, per la libertà di scelta, fino all'ultimo istante.
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