martedì 30 giugno 2026

Da semilibero a murato vivo: il paradosso di Cavallini e l'azione radicale di Roberto Giachetti

C’è un limite oltre il quale la giustizia smette di essere tale e diventa pura, cieca vendetta. Quel limite, nel nostro Paese, viene superato ogni giorno dietro le sbarre dei troppi gironi infernali che chiamiamo carceri. L'ultimo, clamoroso caso di accanimento terapeutico-giudiziario riguarda Gilberto Cavallini, 73 anni, detenuto da più di quarant’anni, che oggi si ritrova letteralmente murato vivo nel carcere di Rebibbia: una vicenda aberrante, su cui il compagno radicale e deputato di Italia Viva Roberto Giachetti ha voluto accendere i riflettori della trasparenza e del diritto, presentando lo scorso 3 giugno un’interrogazione parlamentare urgente al ministro della Giustizia Carlo Nordio.

Dalla semilibertà all'inferno dell'isolamento

La storia di Cavallini mette a nudo tutte le contraddizioni e le ipocrisie di uno Stato che calpesta la propria Carta Costituzionale. Nel 2017, dopo un lunghissimo percorso, a Cavallini era stata concessa la semilibertà. Aveva dimostrato nei fatti quel percorso di rieducazione e reinserimento che l’articolo 27 della Costituzione impone come fine unico della pena. Poi, il corto circuito: nel 2025 arriva la condanna definitiva per la strage di Bologna - un fatto di quarantacinque anni fa - e con essa una sanzione penale accessoria che lo risbatte in isolamento diurno per tre anni, fino al 2028: si tratta di punire con la massima afflizione una persona già ampiamente rieducata.

Il crollo dello Stato di Diritto: Come si può pretendere di rieducare chi è già considerato rieducato? Applicare l'isolamento oggi significa cancellare decenni di percorso trattamentale in nome del puro diritto penale del nemico.

La beffa della "tutela": trattato come un lebbroso

Non è finita qui: il peggio è andato in scena lo scorso 19 giugno. Con un improvviso ordine di servizio basato su una nota riservata del DAP (il Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria), le restrizioni per Cavallini sono state ulteriormente e brutalmente inasprite. Il motivo formale? Una presunta necessità di "tutelare la sua incolumità". Per proteggerlo da pericoli misteriosi e ignoti persino ai suoi avvocati, guidati dal legale Gabriele Bordoni, ai quali non è stato permesso di leggere gli atti, lo Stato ha deciso di annientarlo progressivamente:

  • Privazione della socialità e del conforto religioso - Gli è stato vietato di partecipare alla Messa e di frequentare i corsi di formazione.

  • Tortura ambientale - Niente più ora d'aria nel passeggio grande. Cavallini è costretto al chiuso in un cubicolo di pochissimi metri, oppresso da un caldo insostenibile.

  • Sorveglianza totale - È controllato da telecamere accese ventiquattr'ore su ventiquattro, persino quando va in bagno.

  • Isolamento igienico-sanitario - Riceve il cibo e le medicine direttamente da un agente, escluso dal normale circuito del carrello. Una gestione che evoca il trattamento riservato un tempo ai lebbrosi.

Di fronte a questo orrore camuffato da "misura di protezione", la reazione di Giachetti è stata immediata. il quale ha chiesto conto direttamente al ministro Nordio delle gravissime anomalie di questo trattamento. Giachetti ha ricordato che l’Amministrazione Penitenziaria avrebbe dovuto computare i periodi di isolamento che il detenuto ha già ampiamente espiato nel corso della sua quarantennale carcerazione, riconoscerglieli e interrompere questo supplizio.

Al momento, dal Ministero e dal DAP tutto tace. Il silenzio delle istituzioni di fronte alla violazione dei diritti fondamentali è il sintomo visibile di una burocrazia penale che ha perso ogni barlume di umanità.

Se un cittadino, per giunta anziano, si trova in pericolo all'interno di una struttura dello Stato, la risposta di una democrazia non può essere quella di seppellirlo vivo in un loculo sotto l'occhio di una telecamera. Da semilibero e reinserito nella società, Cavallini non correva alcun pericolo. Se la prigione oggi è diventata per lui un luogo insicuro, la soluzione è una sola: la scarcerazione immediata, non la tortura di Stato. Il Movimento Radicale - Movimento d'Azione continuerà a sostenere chiunque difenda la legalità costituzionale, come Giachetti, perché la qualità della nostra democrazia si misura da come lo Stato tratta i reclusi.

lunedì 29 giugno 2026

La farsa della “Biennale del Dissenso” e il sangue dei veri dissidenti: il 5 luglio appuntamento a Venezia

Dipinto di Semyon Skrepetsky 

Pietrangelo Buttafuoco l'aveva pomposamente battezzata la “Biennale del Dissenso”. Una definizione altisonante, spendibile sui media, che però si scontra violentemente con la realtà dei fatti e con le scelte politiche ed editoriali della kermesse veneziana.

A denunciare questa vera e propria operazione di manipolazione semantica è la compagna di Europa Radicale Chiara Squarcione. In un video-intervento pubblicato ieri sulla pagina Facebook di Europa Radicale, Squarcione ha rimesso al centro la verità storica e la necessità di una reazione autenticamente radicale e nonviolenta di fronte alle ipocrisie istituzionali.

La mistificazione di Buttafuoco e la complicità con il Cremlino

Come si può definire "del dissenso" una rassegna che ha scelto di dare voce alla propaganda di un regime totalitario? Concedere l'apertura del Padiglione Russia significa, senza troppi giri di parole, offrire una vetrina a chi si rende quotidianamente complice dell'aggressione ai civili ucraini e della scientifica destabilizzazione delle democrazie europee. Nel post diffuso ieri, la denuncia è netta:

La nostra autentica reazione radicale e nonviolenta è nata dal rifiuto di una narrazione mistificatoria: definire la kermesse di Buttafuoco la "Biennale del dissenso" è una manipolazione semantica.

Laddove le istituzioni culturali scelgono il compromesso o la distrazione, la reazione radicale si fa cura della verità, opponendosi a chi cerca di ripulire l'immagine di una macchina di propaganda bellica.

Il sacrificio di Semyon Skrepetsky: il dissenso non è un gioco di parole

La denuncia politica ha contorni drammatici e urgenti. La realtà ha tragicamente squarciato il velo della retorica da salotto. Semyon Skrepetsky, artista dissendente bashkiro e fiero oppositore del regime di Vladimir Putin, è stato di recente barbaramente ucciso in Polonia.

Semyon non era un dissidente "teorico": era un uomo che rischiava la vita per la libertà del suo popolo e contro l'imperialismo russo ed era a Venezia, al fianco di Europa Radicale, proprio per dare corpo e voce alla vera Biennale del Dissenso Radicale. La sua morte violenta in territorio europeo è il tragico promemoria di quanto costi, realmente, opporsi a Mosca.

5 Luglio ai Giardini della Biennale per Semyon

Non si deve lasciare che il silenzio o la narrazione ufficiale coprano il sacrificio di chi lotta per la libertà. Per questo, Europa Radicale lancia un appello urgente alla mobilitazione a Venezia per ricordare Semyon Skrepetsky, per denunciare le ipocrisie istituzionali e per ribadire che l'arte e la cultura non possono essere neutrali di fronte alla barbarie.

I dettagli dell'appuntamento

  • Luogo: Venezia, Giardini della Biennale

  • Data: 5 luglio

  • Ora: 12:30 

domenica 28 giugno 2026

Il dovere del diritto e le sirene del populismo: la dignità di Moretti e il labirinto politico di Alemanno

Mauro Moretti è in carcere, dove sconterà una condanna definitiva a cinque anni per il disastro colposo della strage di Viareggio. Gianni Alemanno è appena uscito da Rebibbia, dopo aver espiato un anno e sei mesi per traffico d’influenze illecite e finanziamento illecito. Ci sarebbe moltissimo da eccepire su entrambe le sentenze:

  • Moretti è stato condannato attraverso un vero e proprio paradosso giuridico, che rappresenta un precedente difficile da digerire per chiunque gestisca grandi infrastrutture. Pur avendo applicato alla lettera la complessa normativa tecnica e i regolamenti di sicurezza vigenti al momento dei fatti, i giudici gli hanno contestato che quella stessa normativa scritta andava disapplicata in nome di una superiore posizione di garanzia. Si tratta di una logica che rischia di scardinare il principio cardine della certezza del diritto, dove l'osservanza scrupolosa delle regole non mette al riparo dalle interpretazioni creative nelle aule di tribunale.
  • Alemanno, d'altro canto, è finito dietro le sbarre per una fattispecie di reato (il traffico d'influenze) talmente liquida e opinabile che il legislatore, con la riforma del 2024, ha dovuto riscrivere drasticamente per arginarne l’ipertrofia punitiva.

Lasciamo da parte queste "inezie" di diritto penale. I salotti e i giornali del giustizialismo nostrano possono brindare: Moretti e Alemanno sono l’esibizione in carne e ossa che la ghigliottina del populismo giudiziario colpisce anche i "potenti" e i politici. Eppure, a chi conserva un briciolo di onestà intellettuale, questa esecuzione mediatica lascia l'amaro in bocca. Non solo perché, persino nella Repubblica dell’Associazione Nazionale Magistrati e del giustizialismo alla Travaglio, il sogno feticista di "buttare le chiavi" si scontra con la realtà per cui i condannati, prima o poi, tornano liberi, ma soprattutto perché l’illustre carcerato e l’illustre ex-carcerato hanno impartito una lezione straordinaria di dignità istituzionale e responsabilità civica che i loro persecutori difficilmente comprenderanno.

Il manager Moretti, a 72 anni e dopo aver persino rinunciato alle prescrizioni nel corso dei lunghi gradi di giudizio, si è costituito spontaneamente al carcere di Orvieto: “Vado in carcere senza accampare scuse di salute, perché ho la schiena dritta e la testa alta. Accetto la decisione dei giudici. Rispetto lo Stato.”. Dal canto suo, Gianni Alemanno non ha passato i mesi a Rebibbia a piangersi addosso: ha studiato, ha scritto i suoi diari di cella e ha trasformato la sua detenzione in una durissima denuncia contro il degrado, il sovraffollamento e l'incostituzionalità del sistema penitenziario italiano.

“Qui ho conosciuto una realtà terribile che è una vergogna per la nostra Repubblica”, ha dovuto riconoscere all’uscita dal carcere. Proprio per questo, Alemanno ha dichiarato esplicitamente che, ora che è tornato in libertà, si occuperà in prima persona e attivamente delle condizioni dei carcerati, intendendo proseguire fuori dalle mura la sua battaglia a favore dei diritti e dell'umanizzazione della pena. Saranno stati potenti, saranno politici, saranno per questo antropologicamente colpevoli agli occhi della folla moralista, eppure Moretti e Alemanno dimostrano un senso dello Stato e un rifiuto del vittimismo che manca del tutto ai Torquemada in servizio permanente.

Il cortocircuito di Alemanno: tra Nessuno Tocchi Caino e la sponda a Vannacci

È qui che l’analisi da radicali e garantisti deve farsi stringente, per denunciare le profonde contraddizioni culturali della destra italiana. Alemanno è, storicamente, un iscritto a Nessuno Tocchi Caino, l’associazione radicale che fa dell'abolizione della pena di morte e del superamento dell'ergastolo ostativo e della pena degradante i propri pilastri: adesione che Marco Pannella stesso accolse in un'ottica di transpartiticità dei diritti umani. Proprio a Rebibbia, il luogo della detenzione di Alemanno, la galassia radicale ha legami profondi d'azione: basti pensare che il Partito Radicale ha storicamente scelto di celebrare propri congressi deliberativi proprio dentro le mura e le sale della casa circondariale romana, portando lo Stato di diritto, i ministri e il dibattito politico laddove la Costituzione viene quotidianamente calpestata.

Il dramma del carcere vissuto sulla propria pelle e l'impegno dichiarato di volersi occupare delle condizioni dei carcerati avrebbero dovuto riaccendere in Alemanno l'urgenza profonda di quelle tesi storiche, laiche ed evangeliche promosse dai Radicali. Tuttavia, l'ex sindaco di Roma si trova oggi in un cortocircuito politico clamoroso.

Proprio nei giorni caldi della sua scarcerazione, Alemanno ha scelto di fare asse e dialogare politicamente con il generale Roberto Vannacci. Parliamo dello stesso Vannacci che, appena una manciata di giorni prima di confrontarsi con lui, ha dichiarato testualmente di volere che «Caino marcisca in carcere»: canovaccio forcaiolo ripetuto dal generale persino con Alemanno al suo fianco, costretto a balbettare tesi opposte sull'umanizzazione delle pene mentre il suo nuovo alleato politico esaltava il populismo penale più bieco.

A mettere a nudo questa insostenibile incoerenza è intervenuto duramente, dalle colonne del quotidiano L'Unità, il segretario di Nessuno Tocchi Caino, Sergio D'Elia. Nel suo editoriale intitolato “Caro Alemanno, spiega a Vannacci cos'è il carcere: nel nome di Abele può diventare Caino”, D'Elia assegna all'ex sindaco appena scarcerato un compito preciso e improrogabile: spiegare a Vannacci che il carcere non è uno slogan elettorale, ma un luogo di privazione dei sensi, della salute e della vita stessa, dove regnano infezioni, degrado e l'abbrutimento comune di detenuti e "detenenti".

D'Elia ricorda ad Alemanno di raccontare al generale l'esperienza dei laboratori ideati proprio a Rebibbia e, soprattutto, la vera storia di Caino e Abele, legati indissolubilmente nel male e nel lutto, rammentando che persino su Caino il Signore pose un segno affinché nessuno lo toccasse. Come si può sostenere la causa dello Stato di diritto, l'abolizionismo di Nessuno Tocchi Caino e promettere pubblicamente di occuparsi delle condizioni dei carcerati, se poi si cerca l'abbraccio politico di chi incarna la sintesi perfetta del giustizialismo da bar e dell'invocazione a far marcire le persone dietro le sbarre?

Da radicali, difendiamo la dignità di Moretti di fronte alle storture del diritto giurisprudenziale e l'attenzione di Alemanno per l'inferno delle carceri italiane. Non è necessario ricordare ad Alemanno che il garantismo non è un vestito da indossare solo quando si varca la soglia di Rebibbia per poi essere riposto nell'armadio quando si cercano i voti della destra profonda e forcaiola.

Se Caino deve marcire in carcere, caro Alemanno, in quella cella rovente a soffrire l'afa c'eri anche tu. Convincerai Vanacci a stare dalla parte della civiltà del diritto o ti condurrà lui a stare dalla parte del populismo delle manette?

sabato 20 giugno 2026

Dalle pagine di GeoLib all’azione concreta: ecco il portale del radicalismo italiano e transnazionale

Cari lettori di GeoLib, da sempre questo spazio è un laboratorio di idee in cui analizziamo la geopolitica delle libertà, i diritti civili e la forza del metodo nonviolento, ma la teoria, per noi radicali, non è nulla senza l'azione. Ecco perché bisogna fare un passo in più. Si può fare attraverso l'hub operativo che unisce e dà forza a tutte le nostre battaglie: il sito internet ufficiale del Movimento Radicale - Movimento d'Azione, raggiungibile all'indirizzo movimentoradicale.onweb.it. Se questo blog rappresenta il nostro spazio di riflessione, la piattaforma principale del sito del Movimento è il portale del radicalismo politico italiano.

Perché una piattaforma comune?

Il radicalismo in Italia ha una storia gloriosa, ma spesso frammentata in mille rivoli. Per incidere sul serio nella società e nelle istituzioni serve un tessuto connettivo.

Il nostro Movimento si definisce nonviolento, transradicale e transpartitico. "Transpartitico" significa superare gli steccati ideologici per unire le persone attorno a obiettivi precisi. Il Movimento Radicale ed il suo sito movimentoradicale.onweb.it nascono proprio per questo: non l'ennesima sigla in competizione, ma servizio a disposizione di tutta la Galassia Radicale, per far convergere le energie di attivisti, cittadini e associazioni.

Globali e locali

Chi naviga su questo blog sa quanto sia fondamentale la dimensione transnazionale dei diritti. Nel portale principale questa visione si traduce in mobilitazione pratica. Il sito funge da aggregatore strategico, dove trovare informazioni e link diretti per firmare le più importanti petizioni del momento:

  • la geopolitica dei diritti - spazio alle grandi mobilitazioni globali e nonviolente, come la difesa della Corte Penale Internazionale (promossa da EUMANS e No Peace Without Justice), la marcia "Donna Vita Libertà" a fianco del popolo iraniano e l'appello storico per gli Stati Uniti d'Europa;

  • le libertà individuali - sostegno totale alle campagne nazionali e locali di frontiera, tra cui PMA per tutte e Aborto senza ricovero (Associazione Luca Coscioni), la proposta Stop Tassa Etica (Radicali Italiani) e le storiche battaglie di deregolamentazione contro i corporativismi.

Cronache di libertà e nonviolenza

Nel sito, la sezione editoriale "Cronache dalla Galassia Radicale" porta avanti lo stesso spirito di denuncia senza censure che coltiviamo qui su GeoLib. Troverete informazioni sulla drammatica situazione di illegalità strutturale delle carceri italiane, critiche contro le derive securitarie dei governi e focus sulla giustizia giusta. Mantenere alta l'attenzione sulla responsabilità dei magistrati e ricordare ferite storiche come il caso di Enzo Tortora è il nostro modo per non abbassare mai la guardia.

Il portale dimostra che la nonviolenza non è passività, ma azione organizzata. Con strumenti essenziali e una chiara visione d'insieme, la piattaforma si propone come punto di riferimento per chiunque voglia comprendere le radici e il futuro del radicalismo politico italiano e transnazionale.

Vi invitiamo a fare un salto sul sito, a esplorarlo e ad aggiungere movimentoradicale.onweb.it tra i vostri segnalibri. Attraverso il sito si può passare anche all'azione, usando i collegamenti del Presidio digitale d'Azione e sottoscrivendo così ogni relativa proposta, come atto di ecologia politica nonviolenta!

Oltre l'accordo con Keshet, la piazza si fa tribunale: le contestazioni a Pascale e Adinolfi confermano il monito radicale

A fine maggio era stata lanciata una riflessione cruciale che metteva a nudo le prime, preoccupanti crepe nella macchina organizzativa del Roma Pride. Quel monito limpido e rigoroso, volto a denunciare la deriva liberticida e il "test ideologico" applicato alla manifestazione, era stato espresso, tra gli altri, anche dalla compagna Federica Valcauda, tesoriera di Europa Radicale. Valcauda aveva ricordato con fermezza che trasformare l'evento nato da Stonewall in un luogo di ammissione ideologica, con il rischio di escludere la comunità ebraica di Keshet Italia, avrebbe distrutto l'essenza stessa dei diritti civili. Oggi, a corteo concluso, non possiamo che constatare quanto quel monito radicale fosse tragicamente profetico.

L'accordo formale con Keshet Italia e il nodo dell'intolleranza

Nelle settimane successive alle denunce, gli organizzatori del Roma Pride hanno infine siglato un accordo riparatorio con Keshet Italia per consentirne la partecipazione, provando a rimediare alle pesanti accuse di esclusione antisemita. Tuttavia, si è trattato di una pace formale, una toppa burocratica che non ha ripulito la piazza dal clima di ostilità seminato nei mesi precedenti. L'inclusione non si fa con le concessioni dell'ultimo minuto; quando si tollera che una manifestazione per i diritti diventi un luogo di veti e patenti di legittimità, le conseguenze esplodono inevitabilmente lungo il percorso.

La "strana coppia" in piazza: il caso Pascale-Adinolfi

La dimostrazione plastica di questo cortocircuito democratico si è avuta a pochi minuti dalla partenza del corteo da Piazza della Repubblica. Tra la folla si è materializzata una coppia del tutto inaspettata che ha immediatamente surriscaldato gli animi: Francesca Pascale, che ha da poco presentato il suo nuovo movimento Gay Conservatori & Liberali, e Mario Adinolfi, storico e accanito oppositore delle rivendicazioni della comunità LGBTQIA+. I due sono arrivati insieme, con Adinolfi che portava una bandiera israeliana sulle spalle.

La reazione di una parte dei manifestanti è stata violentissima sul piano verbale. La piazza si è trasformata in un tribunale a cielo aperto: Adinolfi è stato pesantemente contestato, sommerso dagli insulti e infine allontanato dal corteo. Nel mezzo delle tensioni, Pascale ha provato a difendere la loro presenza dichiarando che "l'ideologia divide, non unisce" e rivendicando il diritto di esserci, anche per aprire gli occhi a una destra ancora troppo retrograda.

Il dovere della fermezza radicale

Come Movimento Radicale - Movimento d'Azione, non possiamo che contrastare le idee reazionarie di Mario Adinolfi, né tantomeno intendiamo fare sconti alle contraddizioni del progetto politico di Francesca Pascale, la cui proposta di legge "Libertà" è già finita al centro delle critiche per aver escluso le tutele alle persone transgender. Tuttavia, il punto sollevato è squisitamente libertario e investe il significato stesso del Pride.

Se una piazza nata per includere finisce per tollerare aggressioni e l'allontanamento forzato di chi esprime il proprio dissenso o porta simboli ritenuti "scomodi" significa che lo spirito originario si è irrimediabilmente incrinato.  L'allontanamento di Adinolfi e le contestazioni che hanno travolto la delegazione dimostrano che il virus dell'esclusione denunciato da Federica Valcauda è una realtà spaventosa.

I diritti, per noi radicali, o sono universali e garantiti a tutti nel rispetto dell'Articolo 21 della Costituzione, o diventano il privilegio di una fazione. Contro ogni deriva illiberale e conformista, la risposta del Movimento Radicale rimarrà sempre la stessa: dialogo, libertà di espressione e nonviolenza.

Le piazze e i palazzi romani dove Marco Pannella faceva politica: un dibattito aperto sul metodo nonviolento

La memoria delle mobilitazioni civili supera i confini nazionali e sbarca nel cuore dell'accademia europea. Il prossimo 22 giugno 2026, alle ore 16, si terrà un incontro online dal titolo: "Le piazze e i palazzi della politica romana - I luoghi delle battaglie nonviolente di Marco Pannella".

L'evento, organizzato dalla Technische Universität Dresden (Università Tecnologica di Dresda) in collaborazione con il Zentrum für Italienstudien (Centro di Studi Italiani) e il network SIGN, rappresenta un'occasione unica per ripercorrere la geografia urbana dei diritti civili e delle grandi riforme che hanno cambiato l'Italia.

La mappa del cambiamento: dove la storia è diventata diritto

L'incontro propone un vero e proprio viaggio simbolico e politico attraverso i luoghi chiave della Capitale; spazi urbani e istituzionali che sono stati trasformati in veri e propri laboratori di democrazia:

  • Piazza Navona e Campo de' Fiori - teatri storici di comizi, tavoli per le firme, digiuni e mobilitazioni popolari per il divorzio, l'aborto e le libertà individuali;

  • Porta Portese - luogo di dialogo diretto con i cittadini, tra la gente, per scuotere le coscienze;

  • il Palazzo del Quirinale, il Campidoglio e il Palazzo dei Marescialli - le istituzioni sollecitate, sfidate e condotte al confronto dal metodo del dialogo e della legalità costituzionale.

Un parterre di eccezione tra istituzioni e militanza

A discutere dell'impatto storico e della forza del metodo pannelliano ci sarà un panel di relatori di altissimo livello, moderato da Giovanna Reanda, direttrice di Radio Radicale:

  • On. Marco Cappato (Associazione Luca Coscioni, già eurodeputato)

  • On. Elisabetta Zamparutti (Nessuno tocchi Caino)

  • Dott.ssa Mirella Parachini (Associazione Luca Coscioni)

  • On. Fausto Bertinotti (già Presidente della Camera dei Deputati)

  • On. Francesco Rutelli (già Sindaco di Roma e Ministro della Cultura)

  • Prof. Massimiliano Smeriglio (Assessore alla Cultura di Roma Capitale)

  • Prof. Andrea Pugiotto (Università degli Studi di Ferrara)

La presenza di figure di primo piano della politica italiana, unita alla viva voce delle associazioni oggi in prima linea e al mondo accademico, garantisce un confronto profondo e privo di retorica sulla forza della nonviolenza politica.

Come partecipare all'evento

L'evento si svolgerà interamente online sulla piattaforma Zoom. La partecipazione è gratuita, ma è richiesta l'iscrizione obbligatoria per ricevere il link di accesso.

  • Quando: Lunedì 22 giugno 2026, ore 16

  • Dove: Online (Zoom)

  • Modalità di iscrizione: Inviare una e-mail all'indirizzo anmeldung_zi@tu-dresden.de oppure inquadrare il codice QR presente sulla locandina ufficiale dell'evento.

La mobilitazione continua, anche attraverso la memoria e la cultura. Come disse Pannella prima di morire: "A subito!".

venerdì 19 giugno 2026

Al fianco delle donne afghane: domenica 21 giugno il Partito Radicale in piazza a Roma contro l'apartheid di genere

Il Partito Radicale sarà in Piazza Santi Apostoli dalle 17 alle 20. I diritti umani sono universali, il silenzio è complicità.

La situazione in Afghanistan continua a rappresentare una delle più drammatiche e intollerabili violazioni dei diritti umani del nostro tempo. Sotto il giogo del regime, le donne afghane continuano a essere sistematicamente private della libertà, dell'istruzione, del lavoro e della possibilità stessa di esistere nello spazio pubblico e partecipare alla vita del proprio Paese.

Quella a cui stiamo assistendo impotenti non è solo discriminazione: è un vero e proprio apartheid di genere. Per questo motivo, il Partito Radicale lancia un appello forte e chiaro alla mobilitazione e aderisce alla manifestazione nazionale in sostegno del popolo afghano ed in particolare delle donne afghane. L'appuntamento è per domenica 21 giugno 2026, dalle ore 17 alle 20, a Roma in Piazza Santi Apostoli.

Perché i diritti umani o sono universali, o non sono diritti

Questa iniziativa si fonda su un principio non negoziabile: la transnazionalità dei diritti e della legalità. Non esistono specificità culturali, geopolitiche o religiose che possano giustificare la cancellazione della dignità della persona.

Bisogna che la comunità internazionale e le istituzioni europee facciano un passo decisivo: l'apartheid di genere deve essere formalmente riconosciuto e perseguito come crimine contro l'umanità. Voltarsi dall'altra parte significa rendersi complici di un regime che cancella il futuro di milioni di bambine e donne.

Domenica prossima non si scenderà in piazza solo per solidarietà, ma per compiere un atto di pressione politica e di testimonianza attiva. Non vanno lasciate sole le attiviste, le madri e le studentesse che, da Herat a Kabul, continuano a resistere con immenso coraggio.

Dettagli dell'evento

  • Evento: Manifestazione in sostegno delle donne afghane – Diritti | Libertà

  • Quando: Domenica 21 giugno 2026, dalle 17 alle 20

  • Dove: Piazza Santi Apostoli, Roma

giovedì 18 giugno 2026

Il feticcio delle sigle, il corpo delle lotte e la prova dello Stato di diritto: un dialogo laico nel nostro Movimento

Di Massimo Messina Tesoriere del Movimento Radicale - Movimento d'Azione

Il compagno Dario Farinola, iscritto al nostro Movimento Radicale - Movimento d'Azione, mi ha rivolto una serie di domande crude, ma che hanno il merito di costringerci a fermarci, a riflettere e a guardare oltre la miseria dei nostri recinti identitari. Mi ha chiesto, con il rigore della sua passione, come abbiano potuto i radicali accettare l'intrusione dello Stato nei corpi e la sanzione sociale del Green Pass, da lui vissuto come una intollerabile perversione giuridica applicata in assenza di un reato. Nel farlo, Dario mi ha ricordato una grande lezione di Marco Pannella: il rifiuto di comportarsi come tifosi da stadio, perché sono sempre i contenuti e le azioni a definire chi siamo, mai le etichette. Raccolgo questo invito all'onestà intellettuale con profonda umiltà.

Le crisi epocali degli ultimi anni hanno squassato le certezze di tutti e nessuno di noi può avere la presunzione di possedere la verità in tasca. Proprio per questo, dobbiamo avere il coraggio di abitare il dubbio, partendo però sempre dalla realtà dei fatti.

Guardare alla carne delle lotte, non alla burocrazia delle tessere

Se applichiamo il metodo radicale del primato dell'azione rispetto ai feticci delle sigle, la vicenda di Marco Cappato diventa esemplare. È un dato di fatto, storico e politico, che Cappato da anni abbia scelto di non definirsi più radicale e di operare attraverso altre strutture, come l’Associazione Luca Coscioni ed EUMANS. Non spetta a noi, e sarebbe meschino, pretendere di misurargli il sangue o rilasciargli patenti di ortodossia.

Se guardiamo alla carne e al sangue della sua iniziativa politica – alla disobbedienza civile metodica sul fine vita, dal caso Dj Fabo fino ai giorni nostri, e alla scelta profondamente pannelliana di mettere a rischio il proprio corpo e la propria libertà personale davanti ai tribunali per scardinare leggi ingiuste – noi vi riconosciamo l'essenza stessa del radicalismo nonviolento. Il nostro Movimento nasce esattamente per questo: non come un tribunale d'inquisizione burocratica sul possesso di una tessera, ma come una struttura di servizio pura, laica e transpartitica, a disposizione dell'intera Galassia Radicale e di chiunque consumi la propria esistenza per la vita del diritto, accogliendo iscritti dalle sensibilità diverse e coraggiose proprio come quella di Dario.

La tragedia della pandemia e l'imperativo di "conoscere per deliberare"

Il terreno della gestione sanitaria è stato il più doloroso, una ferita ancora aperta nel corpo sociale del Paese. Quando discutiamo del virus, abbiamo il dovere di farlo in punta di piedi, con il massimo rispetto per il dolore delle famiglie, per il collasso degli ospedali e per le centinaia di migliaia di decessi documentati.

Per la cultura radicale, il principio del conoscere per deliberare non è uno slogan da salotto, ma il faticoso dovere di ancorare la politica alla realtà scientifica e fattuale, rifiutando le scorciatoie delle ideologie. Nello sforzo immane di proteggere la vita della comunità, la stragrande maggioranza del mondo radicale ha visto nella ricerca e nei vaccini uno strumento fondamentale di liberazione e di tutela della libertà di tutti.

Per questa ragione, per la nostra cultura laica ed einaudiana, è stato impossibile convergere con piazze che spesso univano alle legittime preoccupazioni anche spinte emotive, irrazionali o letture complottiste che non potevamo e non dovevamo condividere. Per noi, l'autodeterminazione non è mai isolamento egoistico, ma responsabilità liberale.

Lo Stato di diritto e la realtà delle "scelte tragiche"

Questo rigoroso ancoraggio alla realtà non significa affatto, caro Dario, aver firmato una cambiale in bianco al regime o aver accettato supinamente l'operato del governo. Al contrario, la nostra è stata l'unica critica spietata, rigorosa e strettamente istituzionale contro lo scempio del metodo democratico.

Siamo stati e siamo con chi ha denunciato l'abuso dei DPCM, l'esautoramento sistematico del Parlamento e la clandestinità di Stato sui dati epidemiologici, con la mobilitazione di Dati Bene Comune. Sulla natura del Green Pass, la tua critica colpisce un nervo scoperto e un punto autenticamente radicale: introdurre pesanti limitazioni sociali e ricatti sul diritto al lavoro senza avere il coraggio politico di sancire un obbligo vaccinale chiaro per legge è stata una decisione ambigua, ipocrita e giuridicamente pericolosa. Riconosciamo l'enorme peso umano e democratico di quella distorsione amministrativa.

La politica radicale deve misurarsi con la realtà delle scelte tragiche. Nelle condizioni date e di fronte all'inerzia delle istituzioni, l'alternativa concreta al Green Pass in quel momento storico non era purtroppo il ritorno alla perfetta legalità costituzionale, ma lo spettro di nuovi e prolungati lockdown. La chiusura totale generalizzata avrebbe rappresentato un annientamento ancor più radicale dello Stato di diritto, una reclusione di massa capace di devastare per sempre il tessuto economico e le libertà fondamentali dei cittadini. Il Green Pass, pur con tutte le sue mostruosità burocratiche e le sue incoerenze normative, è stato vissuto come un compromesso drammatico e imperfetto, un cuneo d'emergenza per negoziare la riapertura del Paese ed evitare l'inferno dell'isolamento totale.

Abitare la contraddizione

Abitare la contraddizione, saper stare su una non facile frontiera, dove si bilancia il diritto alla salute della collettività con l'inviolabilità dell'individuo, è uno dei compiti più alti e più difficili. Ammettere che di fronte a eventi straordinari non esistono soluzioni facili o risposte prive di un costo umano e democratico non è debolezza, è laicità.

Il confronto con iscritti come Dario è prezioso proprio perché ci impedisce di dimenticare le ferite inflitte alle nostre regole democratiche in quegli anni difficili. Il Movimento Radicale - Movimento d'Azione non ha verità precostituite da imporre. Vuole essere luogo di ascolto, anche ruvido e franco, ma sempre fraterno, dove continuare a lottare per il diritto, la legalità costituzionale e la verità attraverso i soli strumenti della nonviolenza e del dialogo laico.

mercoledì 17 giugno 2026

Enzo Tortora, 43 anni dopo: una ferita ancora aperta

 

A quarantatré anni dal drammatico e ingiusto arresto di Enzo Tortora, avvenuto all'alba del 17 giugno 1983, il Movimento Radicale - Movimento d'Azione fa proprio l’appello accorato e stringente dei compagni del Partito Radicale Maurizio Turco e Irene TestaLa parabola umana e giudiziaria di Enzo Tortora non è una semplice pagina di storia ingiallita dal tempo, ma rappresenta lo specchio intatto e spietato delle storture che ancora oggi affliggono il sistema giudiziario italiano.

Ricordare Tortora significa guardare in faccia l'attualità di uno Stato che troppe volte, nel nome del popolo italiano, distrugge la dignità, la libertà e la vita di cittadini innocenti: un percorso di memoria e lotta che in questa giornata unisce tutta la Galassia Radicale. Proprio oggi, infatti, i compagni di Radicali Italiani hanno voluto ricordare la cruda e dolorosa realtà di quel momento con una nota ufficiale, ricostruendo con esattezza storica l'inizio di quel calvario:

"Erano le quattro del mattino del 17 giugno 1983 e la vita di Enzo Tortora cambiò per sempre. I carabinieri bussarono alla sua porta e lo arrestarono con accuse gravissime: traffico di droga e appartenenza alla camorra. Era l’inizio di uno dei più clamorosi errori giudiziari della storia italiana. Con il tempo, la verità emerse. I principali accusatori ritrattarono, ammettendo di aver mentito. In appello Tortora fu assolto e la sentenza venne confermata dalla Cassazione. Ma nessuna assoluzione poté cancellare il dolore, l’umiliazione e gli anni perduti."

L'appello del Partito Radicale (al di là del refuso cronologico)

In occasione di questa ricorrenza, il Segretario del Partito Radicale, Maurizio Turco, e la Tesoriera, Irene Testa, hanno rilasciato una dichiarazione congiunta per chiedere che il Parlamento si assuma le proprie precise responsabilità legislative.

Nei materiali grafici e nel testo diffusi dal Partito Radicale si fa riferimento a "42 anni dall'arresto". Si tratta evidentemente di un piccolo errore di calcolo o di un refuso, poiché dal 17 giugno 1983 a oggi, 17 giugno 2026, gli anni trascorsi sono esattamente 43.

Scrivono i compagni Turco e Testa:

"A 42 anni dall'arresto di Enzo Tortora, il Partito Radicale rinnova il proprio appello al Parlamento affinché non si concluda questa legislatura senza l'approvazione della proposta di legge che istituisce la Giornata nazionale delle vittime di errori giudiziari."

L'istituzione di questa Giornata nazionale non è un mero atto formale, bensì un fondamentale presidio di civiltà giuridica. Deve fungere da monito permanente per l'intera magistratura e per la classe politica affinché simili aberranti vicende non abbiano mai più a ripetersi nel nostro ordinamento. Il richiamo, al netto della necessaria correzione temporale, resta sacrosanto e non ammette deroghe: "Non si concluda questa legislatura senza approvare la proposta di legge che istituisce la Giornata nazionale delle vittime di errori giudiziari."

Una battaglia radicale che viene da lontano

Quando Enzo Tortora fu travolto dal fango delle false accuse dei pentiti e dalla cecità di un'inchiesta farsa, fu il Partito Radicale, guidato dal coraggio profetico di Marco Pannella, a schierarsi senza esitazione al suo fianco. In quei mesi drammatici, mentre gran parte dell'opinione pubblica e dei media preferiva voltarsi dall'altra parte o celebrare anzitempo il processo in piazza, i Radicali scelsero la via difficile della verità, candidando Tortora al Parlamento Europeo per offrirgli uno scudo di dignità e una tribuna da cui difendere tutti i cittadini indifesi. Da quel momento, i Radicali non hanno mai smesso di agire per una profonda e strutturale riforma della giustizia, fondata su pilastri irrinunciabili:

  • la presunzione di innocenza, intesa come argine sacro contro i processi mediatici e le custodie cautelari ingiustificate;

  • una giustizia giustarapida, equa, dove accusa e difesa si confrontino ad armi realmente pari davanti a un giudice terzo;

  • l'effettiva responsabilità civile dei magistrati, in base alla quale chi sbaglia esercitando un potere così immenso sulla vita altrui deve risponderne, ponendo fine all'intollerabile regime di sostanziale impunità corporativa;

  • il diritto al risarcimento, tempestivo, congruo e dignitoso per chiunque sia stato vittima della mala giustizia.

Come ricordato sia dai compagni Turco e Testa sia nel testo di Radicali Italiani, per Enzo Tortora quella vicenda divenne una grande battaglia politica per la "giustizia giusta". Una battaglia che, a distanza di ben 43 anni, resta purtroppo ancora aperta e attende di essere pienamente vinta.

La vicenda di Tortora non appartiene al passato, ma alla viva e urgente attualità di un Paese che continua a contare, anno dopo anno, migliaia di casi di ingiusta detenzione. Affermare i diritti e la dignità delle persone di fronte agli errori dello Stato è il dovere primario di ogni liberaldemocrazia matura.

La vicenda di Enzo Tortora non appartiene alla storia. Appartiene all'attualità di un Paese che continua a chiedere una giustizia giusta.

Sollicciano: il Tribunale certifica il fallimento dello Stato e i Radicali sono compatti contro l'illegalità delle carceri

Il Movimento Radicale - Movimento d'Azione sposa la denuncia dei compagni del Partito Radicale Turco e Testa. Da Giachetti a Magi e Della Vedova, l'intera area pannelliana si mostra unita per la legalità, lo Stato di Diritto e la dignità umana.

Il clamoroso provvedimento del Tribunale di Firenze, che ha disposto il sequestro preventivo di ben sette sezioni del carcere di Sollicciano per gravi violazioni delle norme sulla salute e sulla sicurezza (tra muffe, cimici e infiltrazioni croniche), rappresenta un fatto senza precedenti nella storia giudiziaria italiana. Rappresenta soprattutto la certificazione incontrovertibile di un fallimento: il fallimento dello Stato. Come Movimento Radicale - Movimento d'Azione, al servizio della Galassia Radicale, rilanciamo il grido d'allarme e la denuncia politica espressa dai compagni Maurizio Turco e Irene Testa, rispettivamente Segretario e Tesoriere del Partito Radicale.

Turco e Testa: "La legge deve valere anche dentro le carceri"

Nelle loro dichiarazioni, i compagni Turco e Testa hanno ricordato come il Partito Radicale chieda da anni il sequestro delle strutture che calpestano le norme igienico-sanitarie e i principi costituzionali:

"Non si tratta di un'emergenza improvvisa, ma della conseguenza prevedibile di un degrado strutturale, di un sovraffollamento cronico e dell'assenza di interventi adeguati da parte delle istituzioni."

"Quando uno Stato mantiene persone detenute in condizioni incompatibili con la dignità umana e con le stesse norme che impone ai cittadini, viene meno alla propria legalità." 

"Non sono i detenuti a essere fuori dalla legge, ma troppo spesso lo sono le carceri in cui lo Stato li rinchiude." 

L'auspicio dei vertici del Partito Radicale è che Sollicciano non resti un caso isolato, ma sia l'inizio di una verifica a tappeto in tutti gli istituti penitenziari italiani, ormai stabilmente oltre il collasso.

Roberto Giachetti: il corpo come strumento di lotta nonviolenta

In questa vitale battaglia per la legalità costituzionale, la figura del compagno Roberto Giachetti (storico esponente dell'area radicale e deputato di Italia Viva) incarna perfettamente la tradizione pannelliana della lotta nonviolenta e del dialogo transpartitico. Giachetti è da sempre un punto di riferimento assoluto per le tematiche penitenziarie. Di fronte alla drammatica strage silenziosa dei suicidi dietro le sbarre e a un sovraffollamento insostenibile, ha più volte messo in gioco il proprio corpo. Rimane memorabile il suo lungo sciopero della fame condotto insieme a Rita Bernardini (presidente di Nessuno Tocchi Caino) per imporre all'agenda parlamentare la proposta di legge sulla liberazione anticipata speciale. Uno strumento d'emergenza volto a concedere uno sconto di pena temporaneo per alleggerire immediatamente la pressione nei penitenziari e ridare un briciolo di dignità ai detenuti, costretti in spazi inferiori ai criteri minimi stabiliti dalla legge.

L'impegno di Più Europa: Riccardo Magi e Benedetto Della Vedova

La mobilitazione della Galassia Radicale si esprime anche attraverso l'incessante iniziativa parlamentare dei deputati di Più Europa, capaci di tradurre i principi del diritto in proposte strutturali e concrete:

  • Riccardo Magi (Segretario e deputato di Più Europa) ha recentemente depositato alla Camera una proposta di legge rivoluzionaria: l'istituzione del "numero chiuso" nelle carceri. Il principio promosso da Magi stabilisce l'assoluto divieto di reclusione per l'esecuzione di una sentenza qualora l'istituto non disponga di un posto letto regolarmente disponibile e conforme agli standard minimi. In assenza di spazio, lo Stato deve obbligatoriamente far scattare le pene alternative (come la detenzione domiciliare), escludendo ovviamente i reati di sangue o gravi reati contro la persona. Per Magi, stipare i detenuti ignorando lo spazio vitale equivale a "normalizzare la tortura" e ad abdicare alla giurisdizione costituzionale.

  • Benedetto Della Vedova (deputato di Più Europa) affianca da anni queste battaglie portando avanti la storica tradizione radicale del "Ferragosto in carcere", le visite ispettive estive volte a squarciare il velo di ipocrisia che circonda la realtà carceraria. Della Vedova denuncia apertamente il "populismo penale" della maggioranza di governo, che continua a creare nuovi reati e a inasprire le pene senza preoccuparsi delle conseguenze strutturali. Al contempo, si è speso per la ricerca di un sostegno bipartisan a misure deflattive urgenti, supportando convintamente sia la proposta di liberazione anticipata di Giachetti sia proposte trasversali di indulto parziale per il reinserimento sociale e lavorativo, ricordando che un modello che incentiva la recidiva e la disumanità non conviene a nessuno.

Uniti per lo Stato di Diritto

Il sequestro di Sollicciano dimostra che le denunce dei Radicali non sono utopie, ma rigorose pretese di legalità. Dalla preziosa attività di Nessuno Tocchi Caino e Radicali Italiani, fino alle azioni di Marco Cappato, Europa Radicale e Più Europa, l'intera costellazione pannelliana dimostra che la tutela dei diritti dei più fragili è il termometro della nostra democrazia. Lo Stato non può pretendere il rispetto della legge se è il primo a violarla. Giustizia, amnistia e indulto non sono concessioni, ma il presupposto per ritornare nella legalità costituzionale.

Intervento sul populismo penale e la situazione carceraria di Benedetto Della Vedova alla Camera

In questo video è possibile approfondire la denuncia contro le risposte puramente propagandistiche della politica e l'effettivo abbandono delle carceri da parte delle istituzioni.

martedì 16 giugno 2026

Oltre lo Stato penale: i compagni di Radicali Italiani presentano "La Repubblica della Paura" alla Camera

Domani, mercoledì 17 giugno alle ore 16, una delegazione di compagni radicali lancerà la nuova campagna nazionale contro la retorica securitaria e il libro-dossier che smantella lo stato d'emergenza permanente. In Italia, il tema della sicurezza viene sistematicamente utilizzato come una clava politica e comunicativa, alimentando una narrazione emergenziale del tutto slegata dai dati reali.

Di fronte a una politica che cerca il consenso facile moltiplicando reati, pene e "nemici", la Galassia Radicale risponde con la forza dei dati, dei diritti e delle proposte concrete. Domani, mercoledì 17 giugno alle ore 16, presso la Sala Stampa della Camera dei Deputati (in via della Missione 4), si terrà la conferenza stampa di presentazione della campagna nazionale “La Repubblica della Paura” e del libro-dossier omonimo ("La Repubblica della paura. Come l'emergenza diventa sistema - analisi e proposte Radicali"), edito da Reality Book.

Al tavolo dei relatori e tra i curatori del progetto figurano storici militanti, professionisti dell'avvocatura e nuove generazioni del mondo radicale, uniti nella difesa dello Stato di diritto e della Costituzione:

  • Filippo Blengino (Segretario di Radicali Italiani), da mesi in prima linea con coraggiose azioni di disobbedienza civile sul fronte dell'antiproibizionismo per scardinare i provvedimenti liberticidi dell'attuale governo;

  • Roberto Giachetti (Deputato), compagno che porta la voce e l'intransigenza radicale all'interno delle istituzioni parlamentari;

  • Bianca Piscolla (Direzione di Radicali Italiani), co-curatrice del volume e instancabile animatrice del dibattito sui diritti civili;

  • Avv. Marianna Caiazza (Avvocata penalista), che ha curato i contributi tecnici e legali capaci di smascherare l'inconsistenza giuridica delle norme-manifesto dei decreti sicurezza;

  • Paolo Vigevano (già Tesoriere del Partito Radicale e fondatore di Radio Radicale), memoria storica del movimento e baluardo della libertà di informazione e della trasparenza istituzionale;

  • Avv. Maria Brucale (Osservatorio Carceri dell'Unione Camere Penali Italiane), da sempre al fianco dei radicali nella denuncia dei trattamenti disumani che si consumano quotidianamente nelle nostre carceri sovraffollate.

Dalla denuncia all'azione: 8 proposte per le città

Il libro e la campagna non si limitano a criticare il modello securitario che promette protezione ma produce solo fragilità, l'obiettivo è ribaltare completamente lo sguardo. È stato infatti elaborato un pacchetto di otto proposte concrete che i singoli Comuni possono adottare nell'immediato per costruire una sicurezza reale, che passi dalla tutela della dignità umana e dal Welfare di prossimità:

  1. Movida - Gestione degli spazi urbani senza approcci puramente punitivi.

  2. Droghe - Regolamentazione, riduzione del danno e contrasto al monopolio delle narcomafie.

  3. Illuminazione pubblica - Interventi strutturali come vero presidio di sicurezza e vivibilità.

  4. Immigrazione - Superamento dei CPR (Centri di Permanenza per il Rimpatrio) e politiche di inclusione reale.

  5. “Baby gang” - Prevenzione del disagio giovanile e investimenti educativi.

  6. Polizia di prossimità - Un nuovo modello di contatto e fiducia tra cittadini e forze dell'ordine.

  7. Sex Work - Decriminalizzazione e tutela dei diritti dei lavoratori e delle lavoratricesessuali.

  8. Servizi sociali - Rafforzamento del Welfare per combattere l'emarginazione alla radice.

La conferenza di domani darà anche il via a un tour nazionale di mobilitazioni e nuove disobbedienze civili, pensate per smascherare la demagogia penale e rimettere al centro il cittadino contro l'arbitrio dello Stato-padrone. Una società davvero sicura non nasce dalla paura e dalla repressione, ma dalla libertà, dalla responsabilità e dal rispetto dei diritti di ciascuno.