
Il dibattito sulla cittadinanza e sull'integrazione è da sempre uno dei terreni più complessi e scivolosi della politica occidentale. Un recente post su Facebook del compagno Dario Farinola, segretario del Partito Libertario e iscritto al nostro Movimento Radicale - Movimento d'Azione, offre uno spunto di riflessione approfondito che merita di essere analizzato con attenzione, rispetto e con la tipica apertura al confronto della nostra cultura laica, liberale e riformatrice.
Farinola esprime una netta contrarietà alla concessione della cittadinanza ai cittadini extracomunitari, motivata dal timore di un indebolimento dei diritti politici acquisiti e dal rischio di derive confessionali a livello locale. È bene dirlo chiaramente: la sua preoccupazione è tutt'altro che infondata. Il timore che aperture scriteriate, dinamiche migratorie fuori controllo e concessioni "all'ingrosso" della cittadinanza possano creare gravi scompensi sociali e politici è assolutamente legittimo. Su questo punto, il rifiuto di un buonismo superficiale e privo di regole trova una sponda comprensibile in chiunque abbia a cuore la tenuta delle istituzioni democratiche.
Il valore del dialogo e il principio della nonviolenza
Proprio perché Dario condivide con noi l'adesione al Movimento, questo confronto nasce sotto il segno di una comune radice. Nel nostro Statuto è sancito che l'azione del Movimento si basa rigorosamente sulla nonviolenza. Ed è proprio partendo da questo principio cardine che intendiamo dialogare con lui, sperando che questa riflessione possa essere feconda di cambiamenti positivi e di arricchimento reciproco.
La prospettiva radicale, infatti, suggerisce che l'esclusione a priori di una vasta platea di individui che vivono, lavorano e contribuiscono alla nostra società rischi di tradursi, seppur involontariamente, in una forma di coercizione burocratica da parte dello Stato. Creare una classe permanente di residenti privi di diritti politici rischia di generare quella marginalità sociale che è il vero terreno di coltura dei risentimenti e dei radicalismi. La sfida, per noi, non è chiudere le porte per paura dello Stato autoritario, ma usare il diritto per scardinare l'autoritarismo dello Stato.
La lezione della storia: il suffragio femminile e lo spettro del "voto condizionato"
Proprio oggi ricorre l’anniversario della prima volta in cui le donne votarono in Italia, il 2 giugno 1946. Questa ricorrenza ci offre una formidabile analogia storica. Qualche decennio prima di quella conquista, ampi settori del mondo liberale e socialista si coalizzarono di fatto contro l'estensione del voto alle donne. La loro motivazione era speculare a quella espressa oggi da Farinola: si temeva che l'elettorato femminile, culturalmente condizionato dai preti e dalle strutture ecclesiastiche, avrebbe votato in massa per forze confessionali, compromettendo le conquiste laiche e i diritti già acquisiti.
La storia ha dimostrato quanto quella paura, per quanto allora comprensibile, fosse miope. Le donne sono state le protagoniste assolute dei grandi cambiamenti civili e sociali degli anni '70. Il Partito Radicale colse subito questa forza, diventando la prima forza politica in Italia ad avere una donna come segretaria di partito, Adelaide Aglietta, nel 1976. Quell'audacia laica ci portò a eleggere in Parlamento una rappresentanza femminile straordinariamente pluralista e provocatoria, capace di unire sotto la stessa bandiera del diritto figure opposte come la suora Maria Luisa (Marisa) Galli e la pornoattrice Ilona Staller. La democrazia liberale ha vinto non selezionando l'elettorato, ma scommettendo sulla capacità di emancipazione di ogni singolo individuo all'interno delle regole del gioco.
L'antidoto all'integralismo: l'islam laico e transnazionale
Il compagno Farinola evoca il rischio della "rana bollita" dinanzi alla nascita di movimenti islamici locali. Se guardiamo alle derive teocratiche di molti Paesi extracomunitari, l'allarme è comprensibile. La risposta radicale a questo rischio non è la chiusura difensiva, bensì la valorizzazione di quell'Islam aperto, laico e nonviolento che esiste ed è parte della storia dei diritti.
Pensiamo a Abdul Ghaffar Khan, noto come Badshah Khan (il "Gandhi musulmano"), che guidò un esercito disarmato di centomila musulmani dediti alla resistenza nonviolenta e all'istruzione. O, ancora più vicino alla nostra storia, ricordiamo il sindaco di Sarajevo durante i tragici anni dell'assedio, Muhamed Kreševljaković: un cittadino di fede islamica, simbolo della resistenza democratica e multietnica, che scelse di iscriversi proprio al Partito Radicale.
Per Marco Pannella e per noi, l'appartenenza religiosa non è un destino manifesto, ma una dimensione privata che deve piegarsi alle regole dello Stato di diritto. Riconoscere la cittadinanza a chi dimostra di voler far parte della nostra comunità non è una concessione all'integralismo, ma l'unico modo per isolarlo, offrendo a chi fugge dalle teocrazie un porto sicuro fondato sulla laicità delle istituzioni.
Governare i processi: la proposta "Ero straniero"
Condividiamo con Farinola il rifiuto di aperture scriteriate. La via radicale e riformatrice si è infatti tradotta nella proposta di legge di iniziativa popolare "Ero straniero - L'umanità che fa bene", promossa da Radicali Italiani e Più Europa insieme a numerose associazioni. Quella proposta non chiede un'accoglienza indiscriminata, ma il superamento della fallimentare legge Bossi-Fini attraverso canali legali di ingresso per lavoro, permessi temporanei per la ricerca di occupazione e la regolarizzazione basata sul radicamento sociale e lavorativo. Questa è la legalità che governa i fenomeni, contrapposta all'illegalità generata dalla burocrazia statale.
Diceva Marco Pannella:
«Noi siamo per il diritto alla vita, ma anche per la vita del diritto. Il diritto che non si evolve per includere l'altro, diventa un'arma di oppressione contro noi stessi».
Caro Dario, il modello statale attuale, intrinsecamente burocratico e centralista, non si combatte lasciando le persone in un limbo giuridico privo di rappresentanza. Si combatte estendendo la responsabilità individuale, la legalità e gli strumenti della nonviolenza. Sotto il cielo della laicità e dello Stato di diritto, c'è spazio per governare i processi senza cedere alla paura, costruendo insieme una società autenticamente libera.
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