mercoledì 3 giugno 2026

La comunità penitenziaria: il carcere secondo Pannella - Un report dalla casa circondariale di Salerno

Domani, 4 giugno 2026, le lotte storiche radicali sul fronte della giustizia e dei diritti dei detenuti tornano al centro del dibattito politico e sociale. A Salerno, nella suggestiva cornice del Punto di comunità i Morticelli (Largo Plebiscito), dalle ore 17:30, si terrà un incontro cruciale intitolato "La comunità penitenziaria: il carcere secondo Pannella". L’evento, incentrato su un dettagliato report dalla casa circondariale di Salerno, rappresenta un momento fondamentale di confronto e di denuncia sullo stato delle carceri italiane, fedele alla visione e alla spinta ideale di Marco Pannella.

I compagni in prima linea

L'incontro è promosso da realtà che condividono la nostra stessa trincea di civiltà. Al tavolo dei relatori siederanno i compagni storici di Nessuno tocchi Caino: Sergio d'Elia, Rita Bernardini e Elisabetta Zamparutti, da sempre in prima linea contro l'ergastolo ostativo, il sovraffollamento e per l’affermazione dello Stato di Diritto e della Costituzione nelle patrie galere. Accanto a loro, l'iniziativa vede la spinta organizzativa e militante del compagno Donato Salzano e dell’Associazione Radicale "Maurizio Provenza" di Salerno, un presidio imprescindibile di iniziativa radicale sul territorio campano.

Il programma dell'incontro

Il dibattito si preannuncia ricco di spunti e vedrà la partecipazione di avvocati, attivisti e rappresentanti della società civile:

  • Introduce: Avv. Emiliano Torre

  • Modera: Piera Carlomagno (il Mattino)

  • Con la partecipazione di:

    • Antonluca Cuoco (segretario provinciale PLD)

    • Fabiana De Carluccio (Associazione Radicale Maurizio Provenza)

    • Avv. Massimo Torre (già presidente della Camera Penale salernitana)

    • Giuseppe Ferlisi (ORA! Campania)

    • Vincenzo Landi (rete No DDL sicurezza Salerno)

    • Avv. Francesca Saveria Sofia (AIGA Salerno)

    • Avv. Andrea Annunziata (responsabile carceri Campania AIGA)

    • Avv. Silverio Sica (già presidente della Camera Penale salernitana)

Anticorpi democratici: a Palazzo Valentini il dibattito trasversale sul DDL contro l'antisemitismo

Si è tenuto oggi pomeriggio presso la Sala Di Liegro di Palazzo Valentini, il convegno dal titolo "Anticorpi Democratici: Il DDL contro l'antisemitismo – Quando una società riconosce e respinge l'odio". L'incontro, promosso dall'UCEI (Unione delle Comunità Ebraiche Italiane), è stato un'occasione di confronto tra il mondo della politica, delle istituzioni e della società civile in merito alle strategie di contrasto al pregiudizio antiebraico e alle risposte normative attualmente in discussione. I lavori sono stati moderati da Giovanna Reanda, direttrice di Radio Radicale.

Il confronto politico: il primo panel 

La prima parte dell'evento, introdotta dai saluti istituzionali di Livia Ottolenghi, ha visto il confronto tra esponenti di diversi schieramenti parlamentari, invitati a esprimersi sul testo del Disegno di Legge e sulle sue implicazioni istituzionali:

  • Più Europa - On. Benedetto Della Vedova
  • Forza Italia - Sen. Maurizio Gasparri, On. Nazario Pagano
  • Fratelli d'Italia - Sen. Ester Mieli, On. Mauro Malaguti
  • Noi Moderati - On. Mara Carfagna, Sen. Mariastella Gelmini
  • Partito Democratico - Sen. Graziano Delrio, On. Lia Quartapelle
  • Italia Viva - On. Maria Elena Boschi, Sen. Ivan Scalfarotto
  • Azione - Sen. Marco Lombardo, On. Ettore Rosato
  • Liberaldemocratici - On. Luigi Marattin

Il panel ha offerto una panoramica sulle diverse sensibilità politiche e ha sollevato il dibattito circa la reale efficacia delle misure di coordinamento istituzionale e normativo di fronte alla complessità di un fenomeno sociale profondo.

L'analisi tecnica e internazionale: il secondo panel

Il secondo momento di dibattito è entrato nel merito degli aspetti operativi, giuridici e del contesto europeo, con la partecipazione di esperti del settore:

  • Gen. Pasquale Angelosanto (Coordinatore Nazionale per la Lotta all'Antisemitismo)
  • Prof. Cesare Pinelli (Costituzionalista)
  • Dott. Stefano Parisi (Associazione Setteottobre)
  • Avv. Celeste Vichi (Associazione Italia-Israele)
  • Dott. Aurelio Mancuso (Sinistra per Israele)
  • On. Lamya Kaddor (Membro del Parlamento Tedesco)

Come Movimento Radicale - Movimento d'Azione, seguiamo con estrema attenzione l'iter del provvedimento. La presenza al tavolo del dibattito di esponenti dell'area laica e liberale, come il compagno Benedetto Della Vedova di Più Europa, conferma la centralità di un tema che interseca la tutela delle minoranze e la tenuta dei principi democratici.

Il DDL in questione non prevede l'introduzione di nuovi reati o l'inasprimento delle pene esistenti, scelta che evita i rischi legati al panpenalismo e alla compressione della libertà di espressione. Tuttavia, proprio partendo da una prospettiva radicale e liberale, l'architettura del provvedimento solleva comunque alcuni dubbi di natura strutturale:

  • Il rischio di ipertrofia burocratica - Quando il legislatore interviene senza toccare il codice penale, lo fa spesso istituendo nuove cabine di regia, coordinamenti, commissioni o adempimenti amministrativi. Il dubbio è che queste sovrastrutture formali finiscano per appesantire la macchina dello Stato senza produrre effetti tangibili sul piano pratico.
  • L'efficacia degli strumenti di prevenzione - Le strategie di monitoraggio e definizione del fenomeno rischiano di rimanere formule astratte se non si traducono in azioni concrete. La risposta istituzionale, pur necessaria per dare un segnale di presenza, non deve diventare un esercizio di retorica formale.

Per queste ragioni, pur guardando con grande rispetto al confronto di Palazzo Valentini, ribadiamo che la vera e sola risposta strutturale rimane quella da compiersi fuori dai palazzi ministeriali: nel tessuto educativo, accademico e informativo. Solo lì è possibile decostruire i pregiudizi alla radice e garantire, nei fatti, la sicurezza delle comunità ebraiche.

martedì 2 giugno 2026

Diritti, laicità e cittadinanza: una riflessione radicale a partire dalle preoccupazioni di Dario Farinola

 

Il dibattito sulla cittadinanza e sull'integrazione è da sempre uno dei terreni più complessi e scivolosi della politica occidentale. Un recente post su Facebook del compagno Dario Farinola, segretario del Partito Libertario e iscritto al nostro Movimento Radicale - Movimento d'Azione, offre uno spunto di riflessione approfondito che merita di essere analizzato con attenzione, rispetto e con la tipica apertura al confronto della nostra cultura laica, liberale e riformatrice.

Farinola esprime una netta contrarietà alla concessione della cittadinanza ai cittadini extracomunitari, motivata dal timore di un indebolimento dei diritti politici acquisiti e dal rischio di derive confessionali a livello locale. È bene dirlo chiaramente: la sua preoccupazione è tutt'altro che infondata. Il timore che aperture scriteriate, dinamiche migratorie fuori controllo e concessioni "all'ingrosso" della cittadinanza possano creare gravi scompensi sociali e politici è assolutamente legittimo. Su questo punto, il rifiuto di un buonismo superficiale e privo di regole trova una sponda comprensibile in chiunque abbia a cuore la tenuta delle istituzioni democratiche.

Il valore del dialogo e il principio della nonviolenza

Proprio perché Dario condivide con noi l'adesione al Movimento, questo confronto nasce sotto il segno di una comune radice. Nel nostro Statuto è sancito che l'azione del Movimento si basa rigorosamente sulla nonviolenza. Ed è proprio partendo da questo principio cardine che intendiamo dialogare con lui, sperando che questa riflessione possa essere feconda di cambiamenti positivi e di arricchimento reciproco.

La prospettiva radicale, infatti, suggerisce che l'esclusione a priori di una vasta platea di individui che vivono, lavorano e contribuiscono alla nostra società rischi di tradursi, seppur involontariamente, in una forma di coercizione burocratica da parte dello Stato. Creare una classe permanente di residenti privi di diritti politici rischia di generare quella marginalità sociale che è il vero terreno di coltura dei risentimenti e dei radicalismi. La sfida, per noi, non è chiudere le porte per paura dello Stato autoritario, ma usare il diritto per scardinare l'autoritarismo dello Stato.

La lezione della storia: il suffragio femminile e lo spettro del "voto condizionato"

Proprio oggi ricorre l’anniversario della prima volta in cui le donne votarono in Italia, il 2 giugno 1946. Questa ricorrenza ci offre una formidabile analogia storica. Qualche decennio prima di quella conquista, ampi settori del mondo liberale e socialista si coalizzarono di fatto contro l'estensione del voto alle donne. La loro motivazione era speculare a quella espressa oggi da Farinola: si temeva che l'elettorato femminile, culturalmente condizionato dai preti e dalle strutture ecclesiastiche, avrebbe votato in massa per forze confessionali, compromettendo le conquiste laiche e i diritti già acquisiti.

La storia ha dimostrato quanto quella paura, per quanto allora comprensibile, fosse miope. Le donne sono state le protagoniste assolute dei grandi cambiamenti civili e sociali degli anni '70. Il Partito Radicale colse subito questa forza, diventando la prima forza politica in Italia ad avere una donna come segretaria di partito, Adelaide Aglietta, nel 1976. Quell'audacia laica ci portò a eleggere in Parlamento una rappresentanza femminile straordinariamente pluralista e provocatoria, capace di unire sotto la stessa bandiera del diritto figure opposte come la suora Maria Luisa (Marisa) Galli e la pornoattrice Ilona Staller. La democrazia liberale ha vinto non selezionando l'elettorato, ma scommettendo sulla capacità di emancipazione di ogni singolo individuo all'interno delle regole del gioco.

L'antidoto all'integralismo: l'islam laico e transnazionale

Il compagno Farinola evoca il rischio della "rana bollita" dinanzi alla nascita di movimenti islamici locali. Se guardiamo alle derive teocratiche di molti Paesi extracomunitari, l'allarme è comprensibile. La risposta radicale a questo rischio non è la chiusura difensiva, bensì la valorizzazione di quell'Islam aperto, laico e nonviolento che esiste ed è parte della storia dei diritti.

Pensiamo a Abdul Ghaffar Khan, noto come Badshah Khan (il "Gandhi musulmano"), che guidò un esercito disarmato di centomila musulmani dediti alla resistenza nonviolenta e all'istruzione. O, ancora più vicino alla nostra storia, ricordiamo il sindaco di Sarajevo durante i tragici anni dell'assedio, Muhamed Kreševljaković: un cittadino di fede islamica, simbolo della resistenza democratica e multietnica, che scelse di iscriversi proprio al Partito Radicale.

Per Marco Pannella e per noi, l'appartenenza religiosa non è un destino manifesto, ma una dimensione privata che deve piegarsi alle regole dello Stato di diritto. Riconoscere la cittadinanza a chi dimostra di voler far parte della nostra comunità non è una concessione all'integralismo, ma l'unico modo per isolarlo, offrendo a chi fugge dalle teocrazie un porto sicuro fondato sulla laicità delle istituzioni.

Governare i processi: la proposta "Ero straniero"

Condividiamo con Farinola il rifiuto di aperture scriteriate. La via radicale e riformatrice si è infatti tradotta nella proposta di legge di iniziativa popolare "Ero straniero - L'umanità che fa bene", promossa da Radicali Italiani e Più Europa insieme a numerose associazioni. Quella proposta non chiede un'accoglienza indiscriminata, ma il superamento della fallimentare legge Bossi-Fini attraverso canali legali di ingresso per lavoro, permessi temporanei per la ricerca di occupazione e la regolarizzazione basata sul radicamento sociale e lavorativo. Questa è la legalità che governa i fenomeni, contrapposta all'illegalità generata dalla burocrazia statale.

Diceva Marco Pannella:

«Noi siamo per il diritto alla vita, ma anche per la vita del diritto. Il diritto che non si evolve per includere l'altro, diventa un'arma di oppressione contro noi stessi».

Caro Dario, il modello statale attuale, intrinsecamente burocratico e centralista, non si combatte lasciando le persone in un limbo giuridico privo di rappresentanza. Si combatte estendendo la responsabilità individuale, la legalità e gli strumenti della nonviolenza. Sotto il cielo della laicità e dello Stato di diritto, c'è spazio per governare i processi senza cedere alla paura, costruendo insieme una società autenticamente libera.

L’antiproibizionismo del corpo: da Cicciolina a Valentina Nappi, la proposta radicale contro lo Stato Etico

Esiste un filo rosso che unisce le storiche proposte radicali: il principio fondamentale per cui il corpo appartiene alla persona e non allo Stato. La morale privata di chi governa non può e non deve mai tradursi in legge, sanzione o gabella fiscale.

Oggi questa storica impronta antiproibizionista si esprime nella campagna nazionale "Stop Tassa Etica", la proposta di legge di iniziativa popolare promossa per raccogliere le 50.000 firme necessarie all'abrogazione del balzello sul porno. Al fianco dei militanti, la pornoattrice e attivista Valentina Nappi e le content creator Luiza Munteanu e Brisen dimostrano come il moralismo e la sessofobia istituzionale abbiano solo cambiato d'abito, ma non sostanza.

Il 1987 e lo "scandalo" di Ilona Staller: il corpo come messaggio politico

Per comprendere la mobilitazione attuale sul lavoro nel porno in Italia, bisogna ricordare da dove veniamo. Quando nel 1987 Marco Pannella candidò nelle liste del Partito Radicale Ilona Staller, in arte Cicciolina, l'opinione pubblica gridò allo scandalo. Quella non era una provocazione goliardica o una trovata pubblicitaria: era un'azione politica dirompente. Portare una pornostar alla Camera dei Deputati significava:

  • sfidare il monopolio clericale sui costumi dell'Italia degli anni Ottanta;

  • rivendicare i diritti civili dei lavoratori dello spettacolo porno, fino ad allora confinati nell'ombra della marginalità sociale;

  • svelare l'ipocrisia dei partiti tradizionali, pronti a consumare la sessualità nel privato e a censurarla in pubblico.

Quella stagione dimostrò che la liberazione dei corpi era strettamente legata alle lotte sul divorzio, sull'aborto e sull'autodeterminazione individuale.

I numeri dell'ipocrisia: cos'è la "Tassa Etica" sul porno

Se negli anni Ottanta lo Stato usava la censura penale, oggi usa lo strumento più subdolo di tutti: il fisco. La cosiddetta "Tassa Etica" è stata introdotta dall'art. 1, comma 466, della Legge Finanziaria 2006 (governo Berlusconi) e prevede un'addizionale del 25% su IRPEF e IRES per i redditi derivanti dalla produzione e distribuzione di materiale pornografico.

Il quadro è peggiorato di recente: l'Agenzia delle Entrate ha esteso l'applicazione del balzello anche ai "creator" digitali indipendenti (come chi lavora su piattaforme stile OnlyFans), stabilendo che la sovrattassa del 25% si applica persino a chi si trova nel regime forfettario.

ImpattoDati e conseguenze reali

Chi colpisce davvero

Non le grandi multinazionali estere, ma i piccoli creator italiani indipendenti che gestiscono la propria attività autonomamente.

Il mito dei super-guadagni

Smentito dai dati della Creator Economy: oltre il 90% dei creator digitali autonomi guadagna mediamente meno di 400€ al mese. L'addizionale ne distrugge la sostenibilità economica.

L'effetto sul mercato

Non diminuisce i consumi di pornografia (l'Italia è stabilmente ai vertici mondiali), ma spinge i professionisti italiani a delocalizzare la produzione all'estero, provocando un danno erariale.

La mobilitazione guidata dai compagni radicali si sta sviluppando attraverso azioni dirette e momenti di forte scontro politico su tutto il territorio nazionale:

Il lancio al Senato (27 gennaio)

La campagna è partita ufficialmente a Roma, nella sala dell'Istituto Santa Maria in Aquiro del Senato, con una conferenza stampa in cui Valentina Nappi e Luiza Munteanu hanno illustrato i profili di incostituzionalità della norma insieme ai rappresentanti dei Radicali.

Lo scontro all'MP Festival di Parma (7 febbraio)

Il dibattito si è spostato sul territorio. Il Presidente di Radicali Italiani Matteo Hallissey e Valentina Nappi hanno affrontato a viso aperto l'ex senatore Simone Pillon (il quale ha proposto provocatoriamente di aumentare la tassa), ribadendo l'irragionevolezza intrinseca di un fisco moralizzatore.

Il presidio al MIMIT (28 aprile)

Un flash mob davanti al Ministero del Made in Italy a Roma – a cui ha partecipato anche la deputata Giulia Pastorella – ha denunciato come la tassa danneggi una filiera digitale legale interamente italiana, regalandone i profitti alle piattaforme straniere.

Gli ultimi eventi a Torino

La mobilitazione ha fatto tappa sotto la Mole con una serie di affollatissimi tavoli di raccolta firme nelle piazze del centro città. I militanti radicali, affiancati da Valentina Nappi, hanno riscontrato una risposta straordinaria da parte della cittadinanza torinese, trasformando i banchetti di strada in veri e propri presidi di dibattito aperti sulla laicità dello Stato e sui diritti dei lavoratori digitali.

Perché è una lotta per lo Stato Laico

Eliminare la tassa etica non è una difesa corporativa del porno, ma una trincea a difesa della Costituzione. Se si accetta il principio per cui lo Stato può sovratassare un'attività legale solo perché la ritiene "immorale", domani lo stesso meccanismo punitivo potrebbe colpire il pugilato, il body building, i libri scomodi o il cinema d'autore non allineato. La Costituzione parla chiaro: i cittadini contribuiscono al fisco in base alla loro capacità contributiva (Art. 53), non in base al giudizio etico che la politica esprime sul loro lavoro. Cancellare questo abominio giuridico significa lottare per la piena laicità delle istituzioni e per il riconoscimento dei diritti e dei doveri di chiunque operi nel settore del porno.

Come sostenere la campagna

Non permettere che lo Stato decida la morale attraverso il tuo portafoglio. Sottoscrivere la proposta di legge di iniziativa popolare è immediato e sicuro, sia dal vivo che online.

Se non puoi raggiungere i tavoli fisici nelle piazze, abbiamo attivato uno strumento di mobilitazione permanente. Nella pagina iniziale del sito del Movimento Radicale - Movimento d'Azione - all'interno dello spazio che abbiamo battezzato "Presidio digitale d'azione" - troverai la scritta "Stop Tassa Etica". Cliccandoci sopra si va al link ufficiale per firmare digitalmente la proposta di legge tramite SPID o CIE sulla piattaforma pubblica del Ministero della Giustizia. Fai sentire la tua voce. Cancella il moralismo dal fisco e difendi lo Stato laico!

I 2 giugno dei radicali tra antimilitarismo, controparate in mutande e la Repubblica del Diritto

 

Per chi si riconosce nella storia del radicalismo pannelliano, il 2 giugno non è mai stato un rito stanco da celebrare passivamente, né un feticcio nazionalista da applaudire lungo Via dei Fori Imperiali. Mentre le istituzioni celebrano la Repubblica attraverso sfoggio di muscoli, divise e sfilate di mezzi bellici, la memoria radicale ci impone di ricordare che la nascita della Repubblica nel 1946 fu un atto civile e popolare - la prima grande vittoria dell'iniziativa referendaria in Italia - e non un trionfo militare. Il rapporto tra Marco Pannella, i radicali e la Festa della Repubblica è sempre stato governato da una stella polare imprescindibile: l'antimilitarismo transnazionale e nonviolento.

"Contro ogni bomba, ogni esercito": l'antimilitarismo radicale

L'impegno radicale contro la militarizzazione dello Stato affonda le radici in una visione totale della nonviolenza. Come scriveva lo stesso Marco Pannella:

"Sono contro ogni bomba, ogni esercito, ogni fucile, ogni ragione di rafforzamento dello Stato, di qualsiasi tipo."

Questa attitudine si è tradotta storicamente nella storica proposta per il riconoscimento dell'obiezione di coscienza al servizio militare obbligatorio, condotta fianco a fianco con la LOC (Lega Obiettori di Coscienza) e figure come Paolo Pietrosanti e Ivan Novelli. Erano gli anni in cui rifiutare la divisa significava finire dritti nelle carceri militari, come accadde tra gli altri al segretario radicale Roberto Cicciomessere nei primi anni Settanta. Per decenni, i radicali hanno lottato per smilitarizzare i corpi di polizia e ridurre le spese belliche, denunciando lo spreco di risorse pubbliche.

Le contromanifestazioni del 2 giugno: l'ironia contro il militarismo

Proprio per questa matrice antimilitarista, la sfilata militare del 2 giugno è sempre stata l'obiettivo di contestazioni radicali uniche nel loro genere, capaci di unire la disobbedienza civile alla satira più sferzante. I radicali non si limitavano alla protesta ideologica; smontavano la retorica marziale con l'arma della provocazione creativa. La cronaca storica ci consegna episodi straordinari di queste contromanifestazioni:

  • I primi striscioni e i blocchi (1970) - Già in occasione del 25° anniversario della Repubblica, la polizia fermava nei pressi dei Fori Imperiali i militanti radicali che tentavano di disturbare la parata srotolando striscioni antimilitaristi.

  • Le contro-parate in mutande e pentole (anni '70 e '80) - Due giorni prima della parata ufficiale, gli attivisti antimilitaristi organizzavano regolarmente una "contro-parata" dissacrante. I militanti sfilavano in mutande, con pentole in testa a mo' di elmetto e spingendo passeggini per bambini usati come ironici simulacri di carri armati.

  • L'esercito dei burocrati (1983) - In risposta alla sfilata ufficiale, i radicali organizzarono una parata alternativa satirica per denunciare l'ipertrofia burocratica dello Stato, annunciando la marcia di inesistenti "battaglioni di autisti del Ministero della Difesa" e "reparti dattilografe della Marina".

  • La minaccia della pioggia artificiale (1986) - Sfruttando notizie scientifiche dell'epoca sui sistemi di inseminazione delle nuvole in Israele, i radicali diffusero un comunicato stampa ufficiale in cui annunciavano che avrebbero usato quella tecnologia per far piovere sulla parata militare del 2 giugno. La provocazione fu così credibile da conquistare le prime pagine dei quotidiani nazionali.

  • La sfilata degli obiettori (1987) - I radicali arrivarono a prenotare ufficialmente Via dei Fori Imperiali per il giorno successivo alla festa per portarvi a sfilare gli obiettori di coscienza, mostrando al Paese un'alternativa civile e non armata di servizio alla patria.

Il nostro 2 giugno: la repubblica dei cittadini, non delle divise

Oggi, come Movimento Radicale - Movimento d'Azione, raccogliamo questa eredità. Celebrare la Repubblica per noi significa chiedere pieni diritti civili, una giustizia giusta che non torturi i detenuti nelle carceri, il diritto alla conoscenza e il superamento dei nazionalismi in nome degli Stati Uniti d'Europa.

La parata militare del 2 giugno resta un'esibizione muscolare anacronistica. Finché la Festa della Repubblica sarà la festa delle forze armate e non dei cittadini, la nostra risposta sarà sempre quella radicale di sempre: nonviolenta, antimilitarista e ostinatamente fedele allo Stato di diritto.

domenica 31 maggio 2026

L'omaggio del Movimento Radicale a Edgar Morin, pensatore della complessità e compagno radicale

 
Si è spento a 104 anni Edgar Morin, uno dei più grandi fustigatori del pensiero unico, filosofo della complessità e sociologo che ha saputo attraversare il Novecento e l'inizio del nuovo millennio mantenendo intatta la freschezza del dubbio e la forza della provocazione intellettuale. Per noi del Movimento Radicale - Movimento d'Azione, e per tutta la galassia che si riconosce nella storia del radicalismo italiano, Morin non è stato solo un gigante della cultura mondiale. È stato anche  un compagno. Non tutti ricordano, infatti, che Morin scelse di iscriversi al Partito Radicale, una decisione che non fu un semplice atto di vicinanza ideale, ma il coronamento di una profonda sintonia intellettuale e politica con Marco Pannella.
 
Quella comune radice "franzosa"
 

A legare Marco e Edgar non c’erano solo le battaglie per i diritti civili, l'ecologia politica o la visione di un'Europa federale, laica e aperta. C'era un filo rosso, intimo e culturale, a partire dalla lingua francese, essendo entrambi francofoni.

Se Morin era il figlio legittimo dell'illuminismo e della cultura d'Oltralpe, Pannella ne era l'erede per parte di madre. La madre di Marco, Andrée Estachon, era infatti della Svizzera francese. Nella Teramo natale del leader radicale, in Abruzzo, la chiamavano affettuosamente, con quel pizzico di diffidenza e rispetto tipico delle terre di provincia, "la franzosa". Da lei Marco aveva ereditato una perfetta padronanza della lingua francese, ma forse anche quell'approccio libertario, transnazionale e senza frontiere che avrebbe poi caratterizzato tutta la sua azione politica.

Un'eredità da portare avanti 

Con la scomparsa di Edgar Morin perdiamo un lucido analista del nostro tempo, capace di comprendere che le crisi della modernità non si risolvono con ricette semplicistiche o dogmatismi, ma abbracciando la "complessità" dell'essere umano. Come Movimento Radicale - Movimento d'Azione, ci prendiamo l'impegno di continuare a far vivere quel metodo: la difesa della libertà individuale, il rifiuto delle verità assolute e quella vocazione transnazionale che univa il filosofo di Parigi al compagno Pannella di Teramo, figlio della "franzosa".

Medio Oriente: contro il tifo ideologico, per il diritto e per la verità dei fatti

In questi giorni il dibattito pubblico italiano è stato attraversato da nuove polemiche legate al conflitto israelo-palestinese. Lo scrittore Erri De Luca è stato contestato dopo essersi definito sionista e aver sostenuto una netta distinzione tra il sostegno al diritto all'esistenza di Israele e il giudizio sulle scelte dei suoi governi. Nello stesso clima, Francesco De Gregori ha espresso perplessità sul crescente ricorso degli artisti a dichiarazioni pubbliche e schieramenti politici netti sulla guerra di Gaza, riaprendo il dibattito sul ruolo degli intellettuali nello spazio pubblico.

Non si tratta di episodi isolati. Personalità della cultura israeliana come David Grossman, Amos Oz e la cantante Noa hanno per anni difeso il diritto all'esistenza del proprio Paese e la prospettiva di una convivenza, accompagnando sempre tali idee con severe critiche verso le politiche di alcuni governi israeliani. Analogamente, figure internazionali come Michael Douglas hanno ribadito il riconoscimento del diritto di Israele alla sicurezza, pur invocando soluzioni politiche e diplomatiche al conflitto.

Al di là delle singole posizioni, colpisce come qualsiasi tentativo di introdurre complessità venga immediatamente interpretato come appartenenza a una fazione. C'è qualcosa di profondamente malato nel dibattito occidentale sul Medio Oriente. Non è la passione politica e non è il dissenso: è la rinuncia sistematica alla verifica dei fatti. È il trionfo dell'appartenenza sulla conoscenza, dello slogan sull'argomentazione, del riflesso ideologico sulla realtà.

Da anni assistiamo a una progressiva sostituzione dell'analisi con il tifo. Chiunque osi introdurre dati, contesto storico o elementi di complessità viene immediatamente catalogato in una delle opposte fazioni. È la negazione stessa del metodo radicale.

Noi continuiamo invece a rivendicare l'insegnamento più prezioso di Luigi Einaudi, che Marco Pannella pose a fondamento delle lotte radicali: conoscere per deliberare.

Per questo diciamo con chiarezza una cosa che oggi sembra diventata scandalosa: siamo sionisti. Lo siamo nel significato più semplice, laico e autentico del termine. Difendiamo il diritto all'esistenza dello Stato di Israele e il diritto del popolo ebraico all'autodeterminazione, esattamente come difendiamo il diritto di ogni altro popolo a vivere libero da minacce di annientamento. Il nostro sionismo non nasce da una fede nazionale, religiosa o identitaria, ma da una scelta politica, liberale e transnazionale.

  • L'eccezione democratica: Siamo sionisti perché Israele rappresenta oggi, nel Medio Oriente, l'unica democrazia pluralista nella quale comunità diverse partecipano alla vita pubblica attraverso il voto, la rappresentanza parlamentare, la magistratura indipendente e la libertà di organizzazione politica.

  • La tutela dei diritti: Lo siamo perché consideriamo un valore essenziale l'esistenza di uno Stato nel quale le donne esercitano pieni diritti politici, nel quale la comunità LGBTQ+ gode di tutele legali e nel quale la libertà religiosa e di coscienza sono garantite in un modo sconosciuto a gran parte della regione.

  • La difesa delle libertà: Lo siamo perché la storia del radicalismo è la storia della difesa delle libertà individuali contro ogni forma di fanatismo, clericalismo e totalitarismo.

La proposta transnazionale: Israele nell'Unione Europea

Proprio all'interno di questa visione si inserisce una delle battaglie più lungimiranti e storiche di Marco Pannella e del Partito Radicale: la proposta di adesione di Israele all'Unione Europea. Una campagna d'iniziativa che per decenni ha visto i radicali mobilitarsi sia a Bruxelles che alla Knesset.

Per Pannella, l'ingresso di Israele nella UE non era una provocazione geografica, ma una necessità geopolitica: lo Stato ebraico, inteso come "avamposto di democrazia e legalità internazionale" nella regione, doveva trovare la sua naturale collocazione istituzionale nell'alveo delle democrazie occidentali. Questa "israelizzazione del Medio Oriente" – intesa come esportazione dello Stato di diritto – veniva considerata dai radicali l'unico vero antidoto contro i fondamentalismi e i regimi totalitari dell'area, nonché la via più solida per garantire, sotto l'egida e le tutele del diritto europeo, la nascita di un reale processo di pace e stabilità e la futura autodeterminazione dello stesso popolo palestinese.

Difendere il diritto all'esistenza di Israele e chiederne l'integrazione europea non significa però identificarne lo Stato con il suo governo, né condividerne le singole scelte contingenti. Non significa rinunciare a criticare gli abusi del potere, gli errori politici, le violazioni del diritto internazionale o le derive nazionaliste. La critica del potere, per un radicale, non conosce eccezioni.

Il banco di prova dei fatti

Se davvero si vuole parlare dei diritti dei palestinesi, occorre avere il coraggio di guardare tutta la realtà e non soltanto la parte che conferma i nostri pregiudizi.

1. La condizione dei profughi nei Paesi arabi

Per decenni, centinaia di migliaia di palestinesi nei paesi arabi confinanti hanno vissuto in una condizione di grave precarietà giuridica e di forte limitazione dei diritti civili. In Libano, ad esempio, i rifugiati palestinesi subiscono ancora oggi restrizioni discriminatorie in materia di accesso alla cittadinanza, diritto di proprietà e accesso a decine di professioni liberali. Intere generazioni sono cresciute senza una vera integrazione civile, utilizzate troppo spesso come strumento di pressione geopolitica anziché come individui titolari di diritti sacrosanti. Si tratta di una realtà che raramente trova spazio nelle campagne internazionali o nelle mobilitazioni universitarie occidentali.

2. La realtà degli arabi israeliani

Dall'altra parte della frontiera, circa due milioni di cittadini arabi vivono all'interno di Israele, rappresentando oltre un quinto della popolazione totale del Paese:

  • votano ed eleggono i propri rappresentanti alla Knesset;

  • fanno parte della magistratura, dell'amministrazione pubblica e del mondo accademico;

  • costituiscono una componente vitale e strutturale del sistema sanitario israeliano, anche ai massimi livelli professionali.

Significa forse che in Israele non esistano discriminazioni? No. Chiunque abbia a cuore la verità deve essere capace di tenere insieme due fatti contemporaneamente: esistono discriminazioni, disuguaglianze e tensioni che colpiscono gli arabi cittadini d'Israele; ma esistono anche diritti politici, civili e giuridici che nel resto della regione mediorientale rimangono del tutto inaccessibili. Il pensiero dogmatico vive di verità assolute; il pensiero liberale vive della complessità dei fatti.

Il terrorismo e la rimozione della realtà

Israele non vive in un laboratorio teorico. Dalla sua fondazione ha affrontato guerre, attentati, campagne terroristiche, lanci di missili contro obiettivi civili e la costante minaccia di organizzazioni che dichiarano apertamente la volontà di cancellarlo dalle mappe. Ricordarlo non significa giustificare ogni operazione militare, ma rifiutare una lettura falsificata della storia.

L'antimilitarismo radicale non consiste nel chiudere gli occhi davanti alla violenza quando questa viene esercitata da gruppi armati, organizzazioni terroristiche o fondamentalismi religiosi. Consiste nel denunciare la violenza ovunque si manifesti:

  • le bombe che cadono sui civili palestinesi sono una tragedia,

  • le bombe che esplodono contro i civili israeliani sono una tragedia;

  • la morte di un bambino non cambia significato a seconda della bandiera che sventola sopra il luogo della sua sepoltura.

Per questo la nostra posizione resta quella della nonviolenza politica, del diritto internazionale e della ricerca di una pace fondata sul riconoscimento reciproco e non sulla distruzione dell'altro. Difendere il diritto dei palestinesi a vivere liberi e sicuri non è incompatibile con la difesa del diritto di Israele a esistere. Al contrario, le due rivendicazioni si sostengono a vicenda.

Il nuovo conformismo

La vera emergenza politica europea non è la scarsità di informazioni, ma l'eccesso di ideologia. Viviamo in un tempo nel quale il conformismo si presenta come spirito critico e il pregiudizio viene scambiato per impegno civile:

  • basta affermare che Israele ha diritto a esistere per essere accusati di approvare qualsiasi scelta del suo governo;

  • basta ricordare l'esistenza del terrorismo islamista per essere accusati di ignorare le sofferenze palestinesi;

  • basta chiedere un'analisi fondata sui fatti per essere sommersi da slogan che sostituiscono il ragionamento.

È il trionfo della politica ridotta a tifoseria, la sconfitta della cultura liberale, il rifiuto della complessità che precede sempre il ritorno delle passioni tribali. Noi radicali continueremo a scegliere una strada diversa: la strada del dubbio contro le certezze assolute, della verifica contro la propaganda, della nonviolenza contro il fanatismo e del diritto contro la legge della forza. La lezione della storia è semplice e terribile allo stesso tempo: quando una società smette di ragionare e comincia a credere per pura appartenenza, la libertà diventa la prima vittima e quando il diritto viene sostituito dal dogma, la tragedia non tarda mai ad arrivare. Sulla proposta transnazionale dell'ingresso di Israele nell'Unione Europea, potete vedere questo questo servizio d'archivio di Radio Radicale, con Pannella che parla con Bordin.

venerdì 29 maggio 2026

Il compagno Riccardo Magi di Più Europa contro la legge elettorale truffa del Governo che calpesta la democrazia

Il Governo ha sfornato una nuova versione della sua proposta di legge elettorale, ma la sostanza purtroppo non cambia: siamo di fronte a un vero e proprio inganno ai danni dei cittadini. Come Movimento Radicale - Movimento d'Azione, facciamo nostro e rilanciamo con forza l'allarme lanciato dai compagni di Più Europa e dal loro segretario Riccardo Magi.

Il nuovo testo non corregge i difetti profondi della prima bozza, che restano del tutto incostituzionali (cioè in aperto contrasto con i principi della nostra Costituzione). Esaminando i fatti e i dati reali di questa proposta, emerge chiaramente cosa accadrà se dovesse passare:

  • Zero stabilità - Nonostante le promesse della maggioranza, questo sistema non garantirà alcuna reale stabilità ai governi.

  • Cittadini privati della scelta - Ai cittadini verrà sottratto il potere effettivo di scegliere i propri rappresentanti in Parlamento.

  • Maggioranze artificiali -Il meccanismo trasformerà una minoranza reale di voti nel Paese in una maggioranza schiacciante e artificiale di seggi nelle aule parlamentari.

Il trucco per aggirare il referendum popolare

L'operazione politica del Governo è evidente ed è bene chiamarla con il suo nome. La maggioranza sta tentando di introdurre di fatto il premierato (il sistema di elezione diretta del Presidente del Consiglio) modificando semplicemente le regole della legge elettorale, anziché seguire il percorso corretto della riforma della Costituzione.

Perché questa scorciatoia? La risposta è semplice: il Governo sa perfettamente che i cittadini boccerebbero il premierato se venissero chiamati a esprimersi direttamente con un referendum confermativo. Modificare la legge elettorale è l'espediente per ottenere lo stesso risultato aggirando il giudizio del popolo.

Al fianco di Riccardo Magi e di Più Europa

Di fronte a questo strappo istituzionale bisogna opporsi. I compagni di Più Europa, guidati dall'azione in prima linea di Riccardo Magi, stanno cercando di smascherare questo progetto.

Il Movimento Radicale - Movimento d'Azione è contrario a questa truffa. Serve un’opposizione netta e senza sconti, capace di farsi sentire sia dentro le istituzioni che in mezzo alle persone.

giovedì 28 maggio 2026

Il populismo penale e la vendetta di Stato: se l'informazione e la giustizia smarriscono la Costituzione

La deriva del sistema giustizia in Italia e il cortocircuito dell'informazione di massa hanno superato il livello di guardia. Il diritto penale rischia di trasformarsi, da baluardo liberale a tutela delle libertà individuali, in uno strumento di consenso politico e vendetta sociale.

A mettere a nudo questa realtà è una precisa denuncia del giornalista Damiano Aliprandi, il quale evidenzia come la narrazione mediatica prevalente alimenti costantemente il populismo penale. Quando i titoli dei giornali scatenano la gogna parlando con sdegno di "mostri scarcerati" davanti all'applicazione di legittime misure alternative, si deforma la percezione dell'opinione pubblica e si svilisce la funzione rieducativa della pena. È l'abdicazione della politica e di parte del mondo dell'informazione ai principi cardine dello Stato di diritto.

La patologia del giustizialismo e la gogna mediatica

L'analisi di Aliprandi tocca da vicino le battaglie storiche della cultura radicale e garantista, evidenziando una patologia sistemica che si articola su tre fronti:

  • La rimozione dell'Articolo 27 - La finalità rieducativa della pena, scolpita nella nostra Carta Costituzionale, viene costantemente presentata come un "favore ai criminali". Il trattamento penitenziario progressivo (affidamento ai servizi sociali, semilibertà, permessi premio) è invece lo strumento scientifico per abbattere la recidiva e garantire la sicurezza reale della società.

  • La violazione dei codici deontologici - Esiste uno strumento preciso, la "Carta di Milano" (il protocollo deontologico obbligatorio per i giornalisti approvato nel 2013), che impone l'uso di una terminologia corretta e il rispetto della dignità dei detenuti. Eppure, la disinformazione sistematica continua a preferire il sensazionalismo e il linciaggio mediatico.

  • La presunzione di innocenza calpestata - Il processo, anziché essere il luogo dell'accertamento della verità oltre ogni ragionevole dubbio, si trasforma in una condanna anticipata, celebrata sulle prime pagine dei giornali prima ancora che nelle aule di tribunale.

La prospettiva garantista: rimettere la persona al centro

Il garantismo non è l'istanza dell'impunità, ma l'esatto contrario: è la certezza che lo Stato, nell'esercitare il suo potere più coercitivo - la privazione della libertà personale - rispetti regole ferree a tutela di chiunque. Quando la giustizia rinuncia alle garanzie in nome dell'efficienza o dell'approvazione popolare, cessa di essere giustizia e diventa arbitrio.

La qualità della civiltà giuridica di un Paese si misura da come si garantiscono i diritti di chi è ristretto nelle sue carceri, non dal numero di manette esibite a favore di telecamera.

Per invertire la rotta e decostruire la spirale del populismo penale, sono necessari interventi strutturali e culturali immediati:

  • La separazione delle carriere - Una riforma per garantire un giudice davvero terzo ed equidistante, ponendo fine alla contiguità ordinamentale e culturale tra magistratura inquirente (PM) e giudicante.

  • Depenalizzazione e extrema ratio - Liberare i codici dall'ipertrofia legislativa prodotta dalle "leggi manifesto" e dalle emergenze del momento, restituendo al carcere la natura di risorsa estrema.

  • Il primato delle misure alternative - Valorizzare i percorsi di reinserimento esterno e abbattere il sovraffollamento cronico, trasformando gli istituti di pena da discariche sociali a luoghi di dignità e lavoro.

Una battaglia di civiltà

La difesa dello Stato di diritto non ammette distrazioni o compromessi geopolitici interni. Il populismo penale si nutre della paura e della semplificazione dei meccanismi giuridici. Compito delle forze autenticamente liberali, radicali e riformatrici è contrastare questa narrazione tossica, difendendo le prerogative dell'individuo contro l'onnipotenza punitiva dello Stato. Si tratta di una questione di cultura del diritto tesa a distinguere una democrazia liberale da uno Stato etico.

Contro il linciaggio di Erri De Luca

Lo scrittore Erri De Luca è finito al centro di una tempesta mediatica. La sua colpa? Aver rilasciato un’intervista al quotidiano Israel Hayom (poi ripresa in Italia da Il Foglio) nella quale ha rivendicato una visione non allineata sulla crisi in Medio Oriente, rifiutando l’applicazione della parola "genocidio" per i fatti della Striscia di Gaza e richiamando il significato storico del termine "sionismo".

La risposta del conformismo culturale nostrano non si è fatta attendere: insulti personali - liquidato da alcuni esponenti dei salotti letterari come un "vecchio maschio" - e il tentativo, ormai sistematico, di ridurlo al silenzio o all'ostracismo. Come Movimento Radicale - Movimento d'Azione, respingiamo con forza questo processo alle intenzioni e questo linciaggio verbale. La nostra cultura politica si fonda sulla tutela intransigente della libertà di espressione e sul rifiuto dei dogmi ideologici che calpestano il libero dibattito pubblico.

La forza delle verità nell'uso delle parole

La polemica si è surriscaldata attorno a nodi semantici precisi. De Luca ha chiarito la sua posizione con un intervento limpido sui suoi canali social, spiegando come il termine "sionismo" non coincida affatto con le politiche dell'attuale governo della destra israeliana, ma con il diritto basilare di un popolo a una patria nazionale e a una difesa esistenziale:

"Ritorno su una parola infelice. Oggi sionismo coincide con il governo della peggiore destra israeliana. Ho voluto recuperare il senso originale del termine. Sionista è chi riconosce lo Stato di Israele. Chi crede che la soluzione del conflitto consista in due Stati, uno palestinese e uno israeliano, è per me sionista. Chi sostiene l'eliminazione d'Israele dalla carta geografica è antisionista. Il dolore e l'oppressione del popolo palestinese saranno medicati solo dal risarcimento di un suo Stato libero."

Non concordiamo con lui sulla soluzione a due Stati, ma concordiamo in pieno con l'obiezione dello scrittore all'uso della parola "genocidio", che non è in alcun modo un tentativo di sminuire l'orrore in corso. De Luca stesso ha specificato in un appunto scritto a mano: "Non capisco in cosa le parole massacro, strage, siano per Gaza inferiori a genocidio. Forse perché suona più energico. Lo scempio resta".

La sua è una battaglia di precisione linguistica contro la tendenza a trasformare termini giuridici e storici complessi in slogan da usare come clave politiche per chiudere d'autorità la conversazione. Una posizione intellettuale che può essere discussa, ma che esige rispetto, non la gogna.

Quel legame profondo con Nessuno tocchi Caino

Per il mondo radicale, la figura di Erri De Luca rappresenta una storia condivisa di battaglie per i diritti umani, per la giustizia e contro la violenza. Già nel dicembre del 1995, Erri De Luca era tra le voci autorevoli che intervenivano a Roma al I Congresso Internazionale di "Nessuno tocchi Caino", l'associazione nata in seno al Partito Radicale per il superamento della pena di morte nel mondo. In quell'occasione, lo scrittore portò il proprio contributo a una visione che rifiuta la logica della pura eliminazione del colpevole e del nemico, sostenendo il primato della persona sopra ogni cieca logica di schieramento e di vendetta. Chi oggi vorrebbe applicare a De Luca una sorta di "pena di morte culturale" attraverso l'isolamento e l'insulto dimostra di non avere gli strumenti per comprendere un uomo che ha sempre praticato l'indipendenza di pensiero, la nonviolenza e la difesa della dignità umana in ogni contesto.

Difendere il diritto al dissenso

Difendere Erri De Luca oggi non significa necessariamente sposare ogni singola virgola delle sue dichiarazioni, ma difendere lo spazio democratico in cui quelle parole possono essere pronunciate e discusse senza che l'autore venga criminalizzato o bandito. Il Movimento Radicale rimarrà sempre un presidio contro i tribunali del popolo, siano essi digitali o cartacei. Di fronte al conformismo del branco che ulula lo slogan del giorno, noi stiamo, ancora una volta, dalla parte della parola libera.