domenica 31 maggio 2026

L'omaggio del Movimento Radicale a Edgar Morin, pensatore della complessità e compagno radicale

 
Si è spento a 104 anni Edgar Morin, uno dei più grandi fustigatori del pensiero unico, filosofo della complessità e sociologo che ha saputo attraversare il Novecento e l'inizio del nuovo millennio mantenendo intatta la freschezza del dubbio e la forza della provocazione intellettuale. Per noi del Movimento Radicale - Movimento d'Azione, e per tutta la galassia che si riconosce nella storia del radicalismo italiano, Morin non è stato solo un gigante della cultura mondiale. È stato anche  un compagno. Non tutti ricordano, infatti, che Morin scelse di iscriversi al Partito Radicale, una decisione che non fu un semplice atto di vicinanza ideale, ma il coronamento di una profonda sintonia intellettuale e politica con Marco Pannella.
 
Quella comune radice "franzosa"
 

A legare Marco e Edgar non c’erano solo le battaglie per i diritti civili, l'ecologia politica o la visione di un'Europa federale, laica e aperta. C'era un filo rosso, intimo e culturale, a partire dalla lingua francese, essendo entrambi francofoni.

Se Morin era il figlio legittimo dell'illuminismo e della cultura d'Oltralpe, Pannella ne era l'erede per parte di madre. La madre di Marco, Andrée Estachon, era infatti della Svizzera francese. Nella Teramo natale del leader radicale, in Abruzzo, la chiamavano affettuosamente, con quel pizzico di diffidenza e rispetto tipico delle terre di provincia, "la franzosa". Da lei Marco aveva ereditato una perfetta padronanza della lingua francese, ma forse anche quell'approccio libertario, transnazionale e senza frontiere che avrebbe poi caratterizzato tutta la sua azione politica.

Un'eredità da portare avanti 

Con la scomparsa di Edgar Morin perdiamo un lucido analista del nostro tempo, capace di comprendere che le crisi della modernità non si risolvono con ricette semplicistiche o dogmatismi, ma abbracciando la "complessità" dell'essere umano. Come Movimento Radicale - Movimento d'Azione, ci prendiamo l'impegno di continuare a far vivere quel metodo: la difesa della libertà individuale, il rifiuto delle verità assolute e quella vocazione transnazionale che univa il filosofo di Parigi al compagno Pannella di Teramo, figlio della "franzosa".

Medio Oriente: contro il tifo ideologico, per il diritto e per la verità dei fatti

In questi giorni il dibattito pubblico italiano è stato attraversato da nuove polemiche legate al conflitto israelo-palestinese. Lo scrittore Erri De Luca è stato contestato dopo essersi definito sionista e aver sostenuto una netta distinzione tra il sostegno al diritto all'esistenza di Israele e il giudizio sulle scelte dei suoi governi. Nello stesso clima, Francesco De Gregori ha espresso perplessità sul crescente ricorso degli artisti a dichiarazioni pubbliche e schieramenti politici netti sulla guerra di Gaza, riaprendo il dibattito sul ruolo degli intellettuali nello spazio pubblico.

Non si tratta di episodi isolati. Personalità della cultura israeliana come David Grossman, Amos Oz e la cantante Noa hanno per anni difeso il diritto all'esistenza del proprio Paese e la prospettiva di una convivenza, accompagnando sempre tali idee con severe critiche verso le politiche di alcuni governi israeliani. Analogamente, figure internazionali come Michael Douglas hanno ribadito il riconoscimento del diritto di Israele alla sicurezza, pur invocando soluzioni politiche e diplomatiche al conflitto.

Al di là delle singole posizioni, colpisce come qualsiasi tentativo di introdurre complessità venga immediatamente interpretato come appartenenza a una fazione. C'è qualcosa di profondamente malato nel dibattito occidentale sul Medio Oriente. Non è la passione politica e non è il dissenso: è la rinuncia sistematica alla verifica dei fatti. È il trionfo dell'appartenenza sulla conoscenza, dello slogan sull'argomentazione, del riflesso ideologico sulla realtà.

Da anni assistiamo a una progressiva sostituzione dell'analisi con il tifo. Chiunque osi introdurre dati, contesto storico o elementi di complessità viene immediatamente catalogato in una delle opposte fazioni. È la negazione stessa del metodo radicale.

Noi continuiamo invece a rivendicare l'insegnamento più prezioso di Luigi Einaudi, che Marco Pannella pose a fondamento delle lotte radicali: conoscere per deliberare.

Per questo diciamo con chiarezza una cosa che oggi sembra diventata scandalosa: siamo sionisti. Lo siamo nel significato più semplice, laico e autentico del termine. Difendiamo il diritto all'esistenza dello Stato di Israele e il diritto del popolo ebraico all'autodeterminazione, esattamente come difendiamo il diritto di ogni altro popolo a vivere libero da minacce di annientamento. Il nostro sionismo non nasce da una fede nazionale, religiosa o identitaria, ma da una scelta politica, liberale e transnazionale.

  • L'eccezione democratica: Siamo sionisti perché Israele rappresenta oggi, nel Medio Oriente, l'unica democrazia pluralista nella quale comunità diverse partecipano alla vita pubblica attraverso il voto, la rappresentanza parlamentare, la magistratura indipendente e la libertà di organizzazione politica.

  • La tutela dei diritti: Lo siamo perché consideriamo un valore essenziale l'esistenza di uno Stato nel quale le donne esercitano pieni diritti politici, nel quale la comunità LGBTQ+ gode di tutele legali e nel quale la libertà religiosa e di coscienza sono garantite in un modo sconosciuto a gran parte della regione.

  • La difesa delle libertà: Lo siamo perché la storia del radicalismo è la storia della difesa delle libertà individuali contro ogni forma di fanatismo, clericalismo e totalitarismo.

La proposta transnazionale: Israele nell'Unione Europea

Proprio all'interno di questa visione si inserisce una delle battaglie più lungimiranti e storiche di Marco Pannella e del Partito Radicale: la proposta di adesione di Israele all'Unione Europea. Una campagna d'iniziativa che per decenni ha visto i radicali mobilitarsi sia a Bruxelles che alla Knesset.

Per Pannella, l'ingresso di Israele nella UE non era una provocazione geografica, ma una necessità geopolitica: lo Stato ebraico, inteso come "avamposto di democrazia e legalità internazionale" nella regione, doveva trovare la sua naturale collocazione istituzionale nell'alveo delle democrazie occidentali. Questa "israelizzazione del Medio Oriente" – intesa come esportazione dello Stato di diritto – veniva considerata dai radicali l'unico vero antidoto contro i fondamentalismi e i regimi totalitari dell'area, nonché la via più solida per garantire, sotto l'egida e le tutele del diritto europeo, la nascita di un reale processo di pace e stabilità e la futura autodeterminazione dello stesso popolo palestinese.

Difendere il diritto all'esistenza di Israele e chiederne l'integrazione europea non significa però identificarne lo Stato con il suo governo, né condividerne le singole scelte contingenti. Non significa rinunciare a criticare gli abusi del potere, gli errori politici, le violazioni del diritto internazionale o le derive nazionaliste. La critica del potere, per un radicale, non conosce eccezioni.

Il banco di prova dei fatti

Se davvero si vuole parlare dei diritti dei palestinesi, occorre avere il coraggio di guardare tutta la realtà e non soltanto la parte che conferma i nostri pregiudizi.

1. La condizione dei profughi nei Paesi arabi

Per decenni, centinaia di migliaia di palestinesi nei paesi arabi confinanti hanno vissuto in una condizione di grave precarietà giuridica e di forte limitazione dei diritti civili. In Libano, ad esempio, i rifugiati palestinesi subiscono ancora oggi restrizioni discriminatorie in materia di accesso alla cittadinanza, diritto di proprietà e accesso a decine di professioni liberali. Intere generazioni sono cresciute senza una vera integrazione civile, utilizzate troppo spesso come strumento di pressione geopolitica anziché come individui titolari di diritti sacrosanti. Si tratta di una realtà che raramente trova spazio nelle campagne internazionali o nelle mobilitazioni universitarie occidentali.

2. La realtà degli arabi israeliani

Dall'altra parte della frontiera, circa due milioni di cittadini arabi vivono all'interno di Israele, rappresentando oltre un quinto della popolazione totale del Paese:

  • votano ed eleggono i propri rappresentanti alla Knesset;

  • fanno parte della magistratura, dell'amministrazione pubblica e del mondo accademico;

  • costituiscono una componente vitale e strutturale del sistema sanitario israeliano, anche ai massimi livelli professionali.

Significa forse che in Israele non esistano discriminazioni? No. Chiunque abbia a cuore la verità deve essere capace di tenere insieme due fatti contemporaneamente: esistono discriminazioni, disuguaglianze e tensioni che colpiscono gli arabi cittadini d'Israele; ma esistono anche diritti politici, civili e giuridici che nel resto della regione mediorientale rimangono del tutto inaccessibili. Il pensiero dogmatico vive di verità assolute; il pensiero liberale vive della complessità dei fatti.

Il terrorismo e la rimozione della realtà

Israele non vive in un laboratorio teorico. Dalla sua fondazione ha affrontato guerre, attentati, campagne terroristiche, lanci di missili contro obiettivi civili e la costante minaccia di organizzazioni che dichiarano apertamente la volontà di cancellarlo dalle mappe. Ricordarlo non significa giustificare ogni operazione militare, ma rifiutare una lettura falsificata della storia.

L'antimilitarismo radicale non consiste nel chiudere gli occhi davanti alla violenza quando questa viene esercitata da gruppi armati, organizzazioni terroristiche o fondamentalismi religiosi. Consiste nel denunciare la violenza ovunque si manifesti:

  • le bombe che cadono sui civili palestinesi sono una tragedia,

  • le bombe che esplodono contro i civili israeliani sono una tragedia;

  • la morte di un bambino non cambia significato a seconda della bandiera che sventola sopra il luogo della sua sepoltura.

Per questo la nostra posizione resta quella della nonviolenza politica, del diritto internazionale e della ricerca di una pace fondata sul riconoscimento reciproco e non sulla distruzione dell'altro. Difendere il diritto dei palestinesi a vivere liberi e sicuri non è incompatibile con la difesa del diritto di Israele a esistere. Al contrario, le due rivendicazioni si sostengono a vicenda.

Il nuovo conformismo

La vera emergenza politica europea non è la scarsità di informazioni, ma l'eccesso di ideologia. Viviamo in un tempo nel quale il conformismo si presenta come spirito critico e il pregiudizio viene scambiato per impegno civile:

  • basta affermare che Israele ha diritto a esistere per essere accusati di approvare qualsiasi scelta del suo governo;

  • basta ricordare l'esistenza del terrorismo islamista per essere accusati di ignorare le sofferenze palestinesi;

  • basta chiedere un'analisi fondata sui fatti per essere sommersi da slogan che sostituiscono il ragionamento.

È il trionfo della politica ridotta a tifoseria, la sconfitta della cultura liberale, il rifiuto della complessità che precede sempre il ritorno delle passioni tribali. Noi radicali continueremo a scegliere una strada diversa: la strada del dubbio contro le certezze assolute, della verifica contro la propaganda, della nonviolenza contro il fanatismo e del diritto contro la legge della forza. La lezione della storia è semplice e terribile allo stesso tempo: quando una società smette di ragionare e comincia a credere per pura appartenenza, la libertà diventa la prima vittima e quando il diritto viene sostituito dal dogma, la tragedia non tarda mai ad arrivare. Sulla proposta transnazionale dell'ingresso di Israele nell'Unione Europea, potete vedere questo questo servizio d'archivio di Radio Radicale, con Pannella che parla con Bordin.

venerdì 29 maggio 2026

Il compagno Riccardo Magi di Più Europa contro la legge elettorale truffa del Governo che calpesta la democrazia

Il Governo ha sfornato una nuova versione della sua proposta di legge elettorale, ma la sostanza purtroppo non cambia: siamo di fronte a un vero e proprio inganno ai danni dei cittadini. Come Movimento Radicale - Movimento d'Azione, facciamo nostro e rilanciamo con forza l'allarme lanciato dai compagni di Più Europa e dal loro segretario Riccardo Magi.

Il nuovo testo non corregge i difetti profondi della prima bozza, che restano del tutto incostituzionali (cioè in aperto contrasto con i principi della nostra Costituzione). Esaminando i fatti e i dati reali di questa proposta, emerge chiaramente cosa accadrà se dovesse passare:

  • Zero stabilità - Nonostante le promesse della maggioranza, questo sistema non garantirà alcuna reale stabilità ai governi.

  • Cittadini privati della scelta - Ai cittadini verrà sottratto il potere effettivo di scegliere i propri rappresentanti in Parlamento.

  • Maggioranze artificiali -Il meccanismo trasformerà una minoranza reale di voti nel Paese in una maggioranza schiacciante e artificiale di seggi nelle aule parlamentari.

Il trucco per aggirare il referendum popolare

L'operazione politica del Governo è evidente ed è bene chiamarla con il suo nome. La maggioranza sta tentando di introdurre di fatto il premierato (il sistema di elezione diretta del Presidente del Consiglio) modificando semplicemente le regole della legge elettorale, anziché seguire il percorso corretto della riforma della Costituzione.

Perché questa scorciatoia? La risposta è semplice: il Governo sa perfettamente che i cittadini boccerebbero il premierato se venissero chiamati a esprimersi direttamente con un referendum confermativo. Modificare la legge elettorale è l'espediente per ottenere lo stesso risultato aggirando il giudizio del popolo.

Al fianco di Riccardo Magi e di Più Europa

Di fronte a questo strappo istituzionale bisogna opporsi. I compagni di Più Europa, guidati dall'azione in prima linea di Riccardo Magi, stanno cercando di smascherare questo progetto.

Il Movimento Radicale - Movimento d'Azione è contrario a questa truffa. Serve un’opposizione netta e senza sconti, capace di farsi sentire sia dentro le istituzioni che in mezzo alle persone.

giovedì 28 maggio 2026

Il populismo penale e la vendetta di Stato: se l'informazione e la giustizia smarriscono la Costituzione

La deriva del sistema giustizia in Italia e il cortocircuito dell'informazione di massa hanno superato il livello di guardia. Il diritto penale rischia di trasformarsi, da baluardo liberale a tutela delle libertà individuali, in uno strumento di consenso politico e vendetta sociale.

A mettere a nudo questa realtà è una precisa denuncia del giornalista Damiano Aliprandi, il quale evidenzia come la narrazione mediatica prevalente alimenti costantemente il populismo penale. Quando i titoli dei giornali scatenano la gogna parlando con sdegno di "mostri scarcerati" davanti all'applicazione di legittime misure alternative, si deforma la percezione dell'opinione pubblica e si svilisce la funzione rieducativa della pena. È l'abdicazione della politica e di parte del mondo dell'informazione ai principi cardine dello Stato di diritto.

La patologia del giustizialismo e la gogna mediatica

L'analisi di Aliprandi tocca da vicino le battaglie storiche della cultura radicale e garantista, evidenziando una patologia sistemica che si articola su tre fronti:

  • La rimozione dell'Articolo 27 - La finalità rieducativa della pena, scolpita nella nostra Carta Costituzionale, viene costantemente presentata come un "favore ai criminali". Il trattamento penitenziario progressivo (affidamento ai servizi sociali, semilibertà, permessi premio) è invece lo strumento scientifico per abbattere la recidiva e garantire la sicurezza reale della società.

  • La violazione dei codici deontologici - Esiste uno strumento preciso, la "Carta di Milano" (il protocollo deontologico obbligatorio per i giornalisti approvato nel 2013), che impone l'uso di una terminologia corretta e il rispetto della dignità dei detenuti. Eppure, la disinformazione sistematica continua a preferire il sensazionalismo e il linciaggio mediatico.

  • La presunzione di innocenza calpestata - Il processo, anziché essere il luogo dell'accertamento della verità oltre ogni ragionevole dubbio, si trasforma in una condanna anticipata, celebrata sulle prime pagine dei giornali prima ancora che nelle aule di tribunale.

La prospettiva garantista: rimettere la persona al centro

Il garantismo non è l'istanza dell'impunità, ma l'esatto contrario: è la certezza che lo Stato, nell'esercitare il suo potere più coercitivo - la privazione della libertà personale - rispetti regole ferree a tutela di chiunque. Quando la giustizia rinuncia alle garanzie in nome dell'efficienza o dell'approvazione popolare, cessa di essere giustizia e diventa arbitrio.

La qualità della civiltà giuridica di un Paese si misura da come si garantiscono i diritti di chi è ristretto nelle sue carceri, non dal numero di manette esibite a favore di telecamera.

Per invertire la rotta e decostruire la spirale del populismo penale, sono necessari interventi strutturali e culturali immediati:

  • La separazione delle carriere - Una riforma per garantire un giudice davvero terzo ed equidistante, ponendo fine alla contiguità ordinamentale e culturale tra magistratura inquirente (PM) e giudicante.

  • Depenalizzazione e extrema ratio - Liberare i codici dall'ipertrofia legislativa prodotta dalle "leggi manifesto" e dalle emergenze del momento, restituendo al carcere la natura di risorsa estrema.

  • Il primato delle misure alternative - Valorizzare i percorsi di reinserimento esterno e abbattere il sovraffollamento cronico, trasformando gli istituti di pena da discariche sociali a luoghi di dignità e lavoro.

Una battaglia di civiltà

La difesa dello Stato di diritto non ammette distrazioni o compromessi geopolitici interni. Il populismo penale si nutre della paura e della semplificazione dei meccanismi giuridici. Compito delle forze autenticamente liberali, radicali e riformatrici è contrastare questa narrazione tossica, difendendo le prerogative dell'individuo contro l'onnipotenza punitiva dello Stato. Si tratta di una questione di cultura del diritto tesa a distinguere una democrazia liberale da uno Stato etico.

Contro il linciaggio di Erri De Luca

Lo scrittore Erri De Luca è finito al centro di una tempesta mediatica. La sua colpa? Aver rilasciato un’intervista al quotidiano Israel Hayom (poi ripresa in Italia da Il Foglio) nella quale ha rivendicato una visione non allineata sulla crisi in Medio Oriente, rifiutando l’applicazione della parola "genocidio" per i fatti della Striscia di Gaza e richiamando il significato storico del termine "sionismo".

La risposta del conformismo culturale nostrano non si è fatta attendere: insulti personali - liquidato da alcuni esponenti dei salotti letterari come un "vecchio maschio" - e il tentativo, ormai sistematico, di ridurlo al silenzio o all'ostracismo. Come Movimento Radicale - Movimento d'Azione, respingiamo con forza questo processo alle intenzioni e questo linciaggio verbale. La nostra cultura politica si fonda sulla tutela intransigente della libertà di espressione e sul rifiuto dei dogmi ideologici che calpestano il libero dibattito pubblico.

La forza delle verità nell'uso delle parole

La polemica si è surriscaldata attorno a nodi semantici precisi. De Luca ha chiarito la sua posizione con un intervento limpido sui suoi canali social, spiegando come il termine "sionismo" non coincida affatto con le politiche dell'attuale governo della destra israeliana, ma con il diritto basilare di un popolo a una patria nazionale e a una difesa esistenziale:

"Ritorno su una parola infelice. Oggi sionismo coincide con il governo della peggiore destra israeliana. Ho voluto recuperare il senso originale del termine. Sionista è chi riconosce lo Stato di Israele. Chi crede che la soluzione del conflitto consista in due Stati, uno palestinese e uno israeliano, è per me sionista. Chi sostiene l'eliminazione d'Israele dalla carta geografica è antisionista. Il dolore e l'oppressione del popolo palestinese saranno medicati solo dal risarcimento di un suo Stato libero."

Non concordiamo con lui sulla soluzione a due Stati, ma concordiamo in pieno con l'obiezione dello scrittore all'uso della parola "genocidio", che non è in alcun modo un tentativo di sminuire l'orrore in corso. De Luca stesso ha specificato in un appunto scritto a mano: "Non capisco in cosa le parole massacro, strage, siano per Gaza inferiori a genocidio. Forse perché suona più energico. Lo scempio resta".

La sua è una battaglia di precisione linguistica contro la tendenza a trasformare termini giuridici e storici complessi in slogan da usare come clave politiche per chiudere d'autorità la conversazione. Una posizione intellettuale che può essere discussa, ma che esige rispetto, non la gogna.

Quel legame profondo con Nessuno tocchi Caino

Per il mondo radicale, la figura di Erri De Luca rappresenta una storia condivisa di battaglie per i diritti umani, per la giustizia e contro la violenza. Già nel dicembre del 1995, Erri De Luca era tra le voci autorevoli che intervenivano a Roma al I Congresso Internazionale di "Nessuno tocchi Caino", l'associazione nata in seno al Partito Radicale per il superamento della pena di morte nel mondo. In quell'occasione, lo scrittore portò il proprio contributo a una visione che rifiuta la logica della pura eliminazione del colpevole e del nemico, sostenendo il primato della persona sopra ogni cieca logica di schieramento e di vendetta. Chi oggi vorrebbe applicare a De Luca una sorta di "pena di morte culturale" attraverso l'isolamento e l'insulto dimostra di non avere gli strumenti per comprendere un uomo che ha sempre praticato l'indipendenza di pensiero, la nonviolenza e la difesa della dignità umana in ogni contesto.

Difendere il diritto al dissenso

Difendere Erri De Luca oggi non significa necessariamente sposare ogni singola virgola delle sue dichiarazioni, ma difendere lo spazio democratico in cui quelle parole possono essere pronunciate e discusse senza che l'autore venga criminalizzato o bandito. Il Movimento Radicale rimarrà sempre un presidio contro i tribunali del popolo, siano essi digitali o cartacei. Di fronte al conformismo del branco che ulula lo slogan del giorno, noi stiamo, ancora una volta, dalla parte della parola libera.

mercoledì 27 maggio 2026

Il nostro sguardo sul Partito Radicale: per quali obiettivi e con quali mezzi?

Nel decennale della scomparsa di Marco Pannella, il compagno Roberto Mancuso ha voluto ricordare la figura del leader radicale con alcuni post su Facebook. In tale occasione, Mancuso ha comunicato pubblicamente di essersi iscritto al Partito Radicale, lanciando un forte appello a tutti a fare la stessa scelta, seguendo il suo esempio. Da quel giorno a oggi, il compagno Mancuso ha continuato a condividere sui social una serie di potenti immagini e manifesti legati alla campagna di iscrizione al PR.

Tra i vari e significativi manifesti da lui pubblicati, abbiamo scelto di riportare in questo articolo quello dedicato alla "Responsabilità civile dei magistrati". Un'immagine di forte impatto visivo e concettuale, dove l'ombra della scritta "La legge è uguale per tutti" si staglia sulle pareti di un'aula giudiziaria, ricordandoci che la magistratura non può dirsi davvero autonoma e indipendente se non risponde anche del proprio operato. È un nodo cruciale per lo Stato di diritto, una battaglia storica che tocca da vicino l'equilibrio democratico del nostro Paese.

Oltre a questo tema, la campagna spazia dai richiami storici alla "rosa nel pugno" e alla nonviolenza, fino alla denuncia drammatica delle condizioni carcerarie ("Carceri fuori legge") in nome dell'Articolo 27 della Costituzione, passando per il forte monito di Pannella contro i dogmatismi ideologici. Per visionare tutte le altre splendide e significative immagini della campagna condivise in questi giorni, vi invitiamo a visitare direttamente il profilo Facebook di Roberto Mancuso.

Noi del Movimento Radicale - Movimento d'Azione consideriamo le militanti e i militanti del Partito Radicale come nostri autentici compagni. Condividiamo la stessa urgenza di libertà, lo stesso amore per la legalità costituzionale e per i diritti civili. Per questo motivo seguiamo con interesse, attenzione e partecipazione tutto ciò che il Partito Radicale fa e promuove.

Guardiamo a questa campagna iscrizioni con la speranza che possa essere il più forte, incisiva e convincente possibile. Proprio per lo spirito di sincero e costruttivo confronto che ci lega, vogliamo però rivolgere un'esortazione pubblica e fraterna ai compagni del PR.

In un momento storico così confuso, non basta evocare i simboli o la memoria, pur straordinaria, di Marco Pannella. Chiediamo ai compagni del Partito Radicale di spiegare chiaramente, a noi e a tutti, due cose fondamentali:

  1. Per quali obiettivi concreti ci si iscrive oggi al PR? Quali sono le priorità assolute e le riforme non più rimandabili nell'agenda politica odierna?

  2. Con quali mezzi si intendono raggiungere questi traguardi? Attraverso quali forme di lotta politica, di dialogo istituzionale o di mobilitazione popolare (referendaria e nonviolenta) si vuole dare corpo a queste battaglie?

La tessera del Partito Radicale, come ricorda uno dei manifesti, è la "tessera della responsabilità". Noi crediamo che la responsabilità oggi sia quella di tracciare una rotta chiara per il futuro della galassia radicale e della democrazia italiana. Per chi volesse raccogliere l'invito, approfondire le proposte e sostenere le iniziative storiche del PR, è possibile fare la propria scelta direttamente sul suo sito ufficiale: Partito Radicale.

Classifica indicativa dei Paesi europei per uguaglianza nel congedo parentale

Di Emiliano Sellari - Segretario del Movimento Radicale - Movimento d'Azione


Più egualitari

(Diritti molto simili tra madre e padre, congedi ben pagati anche per i padri)

1. Islanda

2. Svezia

3. Norvegia

4. Finlandia

5. Danimarca

6. Spagna

7. Paesi Bassi


Mediamente equilibrati

(Buone leggi, ma uso ancora molto sbilanciato verso le madri)

8. Francia

9. Germania

10. Belgio

11. Portogallo

12. Austria

13. Irlanda

14. Regno Unito


Poco equilibrati

(Congedo paterno limitato o poco utilizzato)

15. Italia

16. Svizzera

17. Polonia

18. Grecia

19. Croazia

20. Slovacchia


Molto sbilanciati verso la madre

(Congedo formalmente aperto ai padri ma raramente usato)

21. Russia

22. Romania

23. Ungheria

24. Serbia

25. Turchia


Quindi ricapitolando In generale:

  • i Paesi nordici sono i più avanzati;
  • Europa occidentale = situazione intermedia;
  • Europa orientale e balcanica = sistemi più tradizionali.

Ma per alcuni patrioti nostrani il modello è la Russia e l'est Europa, perché noi stiamo perdendo le tradizioni.

Se sessant’anni vi sembrano pochi: la carovana di Nessuno tocchi Caino sbarca in Calabria per Domenico Papalia

Venerdì 29 maggio 2026, in Calabria si accenderanno i riflettori su una vicenda che interroga profondamente la coscienza democratica del nostro Paese e lo stato della nostra giustizia: la storia di Domenico Papalia. Con lo slogan provocatorio, ma drammaticamente reale, "Se sessant’anni vi sembrano pochi", l’associazione Nessuno tocchi Caino promuove una doppia iniziativa che vedrà la partecipazione di esponenti radicali, giornalisti, avvocati e rappresentanti delle istituzioni locali. La giornata si articolerà in due momenti fondamentali di dibattito e testimonianza sul territorio reggino, per ribadire che la pena non può trasformarsi in un trattamento disumano e degradante e che il fine ultimo della sanzione penale deve rimanere, come vuole la Costituzione, la rieducazione e il ritorno alla vita.

Il Programma della Giornata

Prima tappa: Reggio Calabria - Ore 11:30

Il primo incontro si terrà presso l’ASD Circolo Tennis “Rocco Polimeni” (Parco Pentimele).

  • Saluti istituzionali: Ezio Privitera (Presidente del Circolo Tennis “Rocco Polimeni”).

  • Interventi:

    • Mimmo Gangemi (Scrittore)

    • Luigi Longo (Giornalista)

    • Francesco Siclari (Presidente della Camera Penale di Reggio Calabria)

    • Rita Bernardini (Presidente di Nessuno tocchi Caino)

    • Elisabetta Zamparutti (Tesoriera di Nessuno tocchi Caino)

  • Coordinamento: Sergio D’Elia (Segretario di Nessuno tocchi Caino).

Seconda tappa: Platì - Ore 17:30

Nel pomeriggio la delegazione si sposterà nel cuore della Locride, presso la Sala del Consiglio Comunale di Platì, per un confronto ravvicinato con la comunità locale.

  • Saluti istituzionali: Giovanni Sarica (Sindaco di Platì).

  • Interventi:

    • Ilario Ammendolia (Giornalista)

    • Francesco Kostner (Giornalista)

    • Rita Bernardini (Presidente di Nessuno tocchi Caino)

    • Elisabetta Zamparutti (Tesoriera di Nessuno tocchi Caino)

  • Coordinamento: Sergio D’Elia (Segretario di Nessuno tocchi Caino).

Cosa significano sessant'anni di pena? Significano una vita intera vissuta nell'ombra di un fine pena mai, effettivo o simbolico, che cancella il futuro e trasforma il tempo in un'esecuzione senza fine.

Come radicali, con Nessuno tocchi Caino, denunciamo l’irragionevolezza di un sistema che troppo spesso preferisce la vendetta dello Stato alla legalità costituzionale. Portare il dibattito su Domenico Papalia a Reggio Calabria e a Platì significa squarciare il velo di indifferenza che circonda la realtà carceraria e i meccanismi dell'ostatività.

Non si tratta solo di difendere i diritti di un singolo, ma di difendere la tenuta dello Stato di Diritto e l'articolo 27 della nostra Costituzione. Spes contra spem, sempre.

Escludere è l'antitesi del Pride: la deriva liberticida del Roma Pride e il monito radicale

La decisione degli organizzatori del Roma Pride di negare la partecipazione con un proprio carro alle associazioni e alle realtà LGBT+ ebraiche, e nello specifico a Keshet Italia (l'unica associazione LGBTQIA+ ebraico-italiana), rappresenta un punto di non ritorno che non può lasciarci indifferenti. È una ferita profonda inferta non solo alla comunità arcobaleno, ma alla natura stessa delle battaglie per i diritti civili nel nostro Paese. A sollevare con forza la questione è Federica Valcauda, tesoriera di Europa Radicale, che in un duro e lucido post sui social ha fotografato l'assurdità di questa scelta, richiamando gli organizzatori ai loro doveri civici e morali:

"La scelta del Roma Pride di non far sfilare le organizzazioni Lgbt ebraiche viola i principi base della Costituzione a cui i Pride stessi si rifanno. Fossi negli organizzatori darei un’occhiata agli articoli 3, 18, 19 e 21."

Il tradimento dello spirito del Pride

Il Pride nasce storicamente come il momento dell'inclusione per eccellenza, come lo spazio in cui l'identità e la visibilità diventano uno strumento di liberazione contro ogni forma di discriminazione e ghetto. Vedere oggi la piazza di Roma che si chiude, che seleziona chi ha il "diritto" di manifestare e chi no in base alla propria identità culturale o religiosa, significa assistere al totale ribaltamento dei valori di Stonewall.

L'esclusione di Keshet Italia - colpevole unicamente di non aver superato un "test ideologico" e politico sulla propria identità e sulle complesse vicende geopolitiche mediorientali - dimostra come la lotta per i diritti sia diventata ideologica al punto da discriminare una minoranza all'interno della minoranza stessa. Quando accade questo, significa che si è smesso di fare politica dei diritti e si è iniziato a fare politica dell'esclusione.

Costituzione alla mano: i quattro articoli violati

Il richiamo di Federica Valcauda alla Carta Costituzionale è millimetrico e inchioda il Roma Pride alle proprie responsabilità. Escludere una realtà associativa come Keshet significa calpestare i pilastri della nostra democrazia:

  • Articolo 3 (Uguaglianza): Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. Creare "cittadini di serie B" nel perimetro di una manifestazione pubblica è inaccettabile.

  • Articolo 18 (Libertà di associazione): I cittadini hanno diritto di associarsi liberamente per fini che non sono vietati ai singoli dalla legge penale. Negare lo spazio a sigle associative legittime è un atto autoritario.

  • Articolo 19 (Libertà religiosa): Il diritto di professare liberamente la propria fede, in qualsiasi forma, individuale o associata, viene qui colpito nel momento in cui si discrimina l'identità ebraica dei manifestanti.

  • Articolo 21 (Libertà di manifestazione del pensiero): Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. Censurare una presenza o pretendere abiure politiche per poter sfilare significa censurare una voce.

Come Movimento Radicale - Movimento d'Azione, facciamo nostro il monito di Federica Valcauda ed esprimiamo la massima solidarietà ai compagni e alle compagne di Keshet Italia. Non esistono diritti a corrente alternata. Non esiste una "patente di legittimità" che gli organizzatori di un Pride possono rilasciare o ritirare a piacimento, specialmente quando si usano le tensioni geopolitiche internazionali come pretesto per sdoganare forme striscianti di intolleranza interna e antisemitismo mascherato da posizionamento politico.

Il Pride o è inclusivo, o semplicemente non è un Pride. Chiediamo un immediato ripensamento da parte del comitato organizzatore del Roma Pride: si torni al diritto, si torni alla Costituzione, si torni alla libertà per tutti, senza eccezioni.

martedì 26 maggio 2026

Roberto Cicciomessere: l’intelligenza libertaria e il rigore dell'azione radicale

Ricorre l’anniversario della morte di Roberto Cicciomessere, una delle figure più lucide, operose e ingiustamente silenziate della storia del radicalismo italiano. Ricordarlo oggi, sulle pagine web del Movimento Radicale - Movimento d'Azione, non è un semplice atto di memoria o di nostalgia. È, al contrario, un esercizio di militanza: significa riappropriarsi di un metodo di lotta politica basato sul binomio inscindibile tra l'ideale libertario e il rigore pragmatico dell'azione. Roberto non è stato solo un leader; è stato l'architetto di battaglie storiche che hanno cambiato il volto dei diritti civili in Italia, un compagno che ha saputo unire il coraggio della disobbedienza civile alla lungimiranza dell'innovazione tecnologica ed editoriale.

Il coraggio della disobbedienza: l'obiezione di coscienza

Nato a l'Aquila nel 1946, Cicciomessere incarna fin da giovanissimo lo spirito dell'azione radicale. Quando l'obiezione di coscienza al servizio militare era ancora un reato e un tabù sociale, Roberto sceglie la via del corpo come strumento di lotta. Viene arrestato due volte, sconta il carcere militare a Gaeta, trasforma il proprio processo in una tribuna politica contro l'autoritarismo dello Stato. Quella non fu una testimonianza passiva, ma un'azione politica travolgente che, insieme alla mobilitazione del Partito Radicale e della Lega Obiettori di Coscienza (LOC), costrinse il Parlamento ad approvare nel 1972 la Legge 772, che riconobbe per la prima volta il servizio civile sostitutivo.

Il motore dell'organizzazione e dell'informazione

Segretario del Partito Radicale nel 1970 e nel 1971, e poi di nuovo nel 1983 ed eletto più volte in Parlamento (sia a Montecitorio che a Strasburgo), Cicciomessere è stato il perno organizzativo di quella straordinaria macchina di iniziativa politica che agì durante quella fase della storia politica italiana che venne chiamata poi Prima Repubblica. Fu tra i promotori delle prime grandi stagioni referendarie - dal divorzio all'aborto, fino alla responsabilità civile dei magistrati - intuendo prima di altri che il referendum era lo strumento sovrano per restituire la parola ai cittadini contro la palude della partitocrazia.

La sua intuizione più profonda fu, forse, legata al diritto alla conoscenza. Roberto comprese che non può esserci democrazia senza un'informazione libera e documentata. Fu l'anima tecnica e politica che permise la nascita e lo sviluppo di Radio Radicale, l'istituzione che ha permesso che le istituzioni dello Stato fossero conosciute, registrando e trasmettendo i lavori parlamentari e i processi che nessun altro voleva raccontare.

L'eredità per i radicali

Per noi radicali, la figura di Roberto Cicciomessere indica una rotta ben precisa. Ci ricorda che l'essere "radicali" non è un'identità da esibire in un salotto, ma un metodo da applicare sulla strada, nei tribunali, tra la gente. Ci insegna che la libertà si difende creando istituzioni alternative, studiando i dossier, usando il diritto contro l'arbitrio del potere.

Lo ricordiamo con il dolore della sua assenza, ma oggi lo rivendichiamo nell'urgenza della nostra iniziativa. Le sue battaglie per la giustizia giusta, per i diritti individuali, per la trasparenza delle istituzioni e per un'Europa federale e democratica sono tutt'altro che vinte.

Roberto Cicciomessere non ha mai cercato i riflettori, ha sempre preferito la concretezza del risultato. Il modo migliore per onorarlo non sono le celebrazioni formali, ma la promessa di continuare l'azione. Con lo stesso rigore, con la stessa determinazione.

Un bivio per Più Europa: il valore del confronto nella galassia radicale

Le tensioni interne a Più Europa, emerse con forza attraverso le dure parole su Facebook di Valerio Federico - leader della lista congressuale Millennium - non possono lasciare indifferente noi del Movimento Radicale - Movimento d'Azione. Come compagni della comune galassia radicale, guardiamo a ciò che accade in Più Europa con la preoccupazione di chi condivide le medesime radici libertarie, ma anche con la profonda convinzione che la dialettica democratica sia l'unico vero motore di un partito liberale e progressista.

Il quadro delineato da Federico descrive una frattura profonda tra la segreteria di Riccardo Magi e la maggioranza assembleare. Dal voto sul bilancio alle mozioni alternative, fino alla gestione dei tempi per la convocazione di un congresso anticipato, lo scontro solleva interrogativi cruciali sulla difficoltà di gestire le dinamiche interne al partito.

In quanto osservatori esterni e legati da una storica affinità ideale, il Movimento Radicale non intende entrare nel merito delle singole vicende correntizie, né prendere le parti dell'una o dell'altra componente. Ciò che ci preme è Più Europa nel suo insieme ed il futuro di un progetto politico che consideriamo un patrimonio prezioso per l'intera area laica, libertaria e dei diritti in Italia.

L'auspicio di una concordia feconda

L'augurio del Movimento Radicale è che Più Europa possa trovare al più presto una soluzione di concordia, ma sia chiaro: la concordia non deve tradursi in un'unanimità di facciata o nel soffocamento dell'opposizione interna. Al contrario, la storia radicale insegna che il libero e aperto confronto tra tesi contrapposte è l'unico modo per rigenerare la linea politica.

  • No alle prove di forza: La paralisi istituzionale o il rinvio sine die del confronto assembleare rischiano di logorare l'immagine del partito all'esterno.

  • Sì al pluralismo: Un partito di matrice radicale ha il dovere antropologico e politico di tutelare il dissenso, considerandolo una risorsa e mai un'eresia da estirpare.

Il libero confronto può solo essere fecondo in un partito di sinistra liberale che ha fondamenta radicali e libertarie. Ci auguriamo che i vertici e l'intera Assemblea di Più Europa sappiano superare questo momento di stallo, delineando un percorso congressuale limpido e inclusivo. Solo così potremo contare su una forza solida, democratica e fedele ai propri principi originari.

lunedì 25 maggio 2026

Corpi, autodeterminazione e liberalismo universale: il bilancio del XIX Congresso di Certi Diritti

Si è concluso a Torino il XIX Congresso dell’Associazione Radicale Certi Diritti. Una giornata di lavori politicamente densissima che ha ribadito, con forza e chiarezza, la necessità di un approccio laico, individuale e razionale - proprio del liberalismo classico - per contrastare l'ondata reazionaria e le derive identitarie che minacciano la società contemporanea. Al centro del dibattito congressuale sono stati rimessi la centralità dei corpi e il principio fondamentale dell’autodeterminazione delle persone, declinati in tre grandi battaglie radicali:
  • Diritti Intersex e stop alle mutilazioni - Insieme all'avvocato Alexander Schuster e a Manuela Falzone, è stata presentata la nuova proposta di legge, rigorosamente aggiornata alle ultime raccomandazioni del Consiglio d'Europa, per porre fine una volta per tutte alle mutilazioni genitali infantili non consensuali. Una battaglia di civiltà per il diritto all'integrità del proprio corpo.
  • Matrimonio Egualitario senza più alibi - A dieci anni dalla legge sulle unioni civili – tema sviscerato negli interventi di Sergio Rovasio e Vincenzo Miri – il Congresso ha lanciato un messaggio chiaro: il compromesso politico del 2016 oggi è diventato un alibi inaccettabile. L'Italia non può più restare isolata rispetto al resto dell'Europa occidentale. La richiesta del Movimento è netta: matrimonio egualitario subito.
  • Salute, chemsex e riduzione del danno - Con un approccio laico e basato sull'evidenza scientifica, si è affrontato il tema del chemsex insieme a Sandro Mattioli (Plus APS) e Giulio J. Spatola. La proposta radicale per contrastare il cortocircuito repressivo – che alimenta il sommerso e aumenta drammaticamente i rischi di mortalità – è l'introduzione di una legge sul "Buon Samaritano".
Il Congresso ha vissuto anche momenti di altissimo valore transnazionale, grazie alla straordinaria lecture di Helen Pluckrose sul valore del liberalismo universale, e al prezioso confronto in vista del Pride di Milano con Ian Lawrence-Tourinho e Ayla Schneiders (Pride 66).

Per chi volesse approfondire, analizzare gli interventi, i panel e l'intero dibattito generale, la registrazione video integrale dei lavori è interamente disponibile su Radio Radicale.

Marco Pannella e il diritto alla conoscenza: a 10 anni dalla scomparsa, si continua al Senato

A dieci anni dalla morte di Marco Pannella, la sua eredità politica e le sue intuizioni profetiche tornano a risuonare nel cuore delle istituzioni della Repubblica. Domani, 26 maggio 2026, alle ore 15:30, la Sala degli Atti Parlamentari presso la Biblioteca del Senato “Giovanni Spadolini” a Roma ospiterà il convegno "Marco Pannella e il Diritto alla Conoscenza". Un’iniziativa di altissimo valore promossa dal Senatore Giulio Terzi di Sant’Agata, che mette al centro il nucleo pulsante delle ultime storiche battaglie di Marco: il diritto dei cittadini di conoscere per deliberare, pilastro fondamentale di ogni vera democrazia dello Stato di Diritto.

Una mobilitazione radicale

Per il nostro Movimento Radicale - Movimento d'Azione, quest'appuntamento non è una semplice commemorazione nostalgica, ma un richiamo alla mobilitazione e alla continuità dell'azione politica.

Tra i relatori, interverranno i compagni:

  • Elisabetta Zamparutti, Tesoriera di Nessuno tocchi Caino, da sempre in prima linea contro la pena di morte e per l'umanizzazione delle pene.

  • Matteo Angioli, nel ruolo di moderatore, in veste di Segretario Generale del Global Committee for the Rule of Law "Marco Pannella", custode e motore della transizione verso lo Stato di Diritto transnazionale.

  • I compagni Mirella Parachini (Vice Segretaria dell'Associazione Luca Coscioni) e Marco Beltrandi, voci storiche e instancabili del mondo radicale.

Il programma e i saluti istituzionali

Il convegno vedrà la partecipazione di un parterre trasversale e autorevole, a dimostrazione di come il pensiero di Pannella abbia lasciato un segno indelebile e universale nella politica italiana ed europea.

  • Saluti istituzionali: Sen. Ignazio La Russa (Presidente del Senato della Repubblica).

  • Apertura: Sen. Giulio Terzi di Sant’Agata (Presidente Commissione Politiche dell'UE del Senato).

  • Interventi e Relazioni: Fausto Bertinotti, Francesco Rutelli, Sen. Susanna Campione, On. Roberto Rampi, Sen. Roberto Menia, Giuseppe Benedetto, Gian Domenico Caiazza, Claudio Velardi e l'ex senatore francese André Gattolin.

Informazioni utili per chi intende partecipare

  • Dove: Piazza della Minerva 38, Roma (Sala degli Atti Parlamentari - Biblioteca del Senato)

  • Quando: Martedì 26 maggio 2026, ore 15:30.

  • Note di accesso: L'accesso alla sala è consentito fino al raggiungimento della capienza massima. È richiesto un abbigliamento consono (per gli uomini vi è l'obbligo di giacca e cravatta).

  • Accrediti per giornalisti e ospiti: È necessario accreditarsi scrivendo a matteo.angioli@senato.it.

Finché i nostri compagni continueranno a portare il diritto alla conoscenza e la legalità internazionale dentro le aule parlamentari, Marco sarà ancora qui.

domenica 24 maggio 2026

Dialoghi di AssoAllievi: a Pisa un confronto sul futuro dell'Europa con i compagni di Più Europa

Il dibattito sul futuro dell'integrazione europea e sul ruolo delle forze liberali, democratiche e transnazionali si accende nel cuore del mondo accademico toscano. Il 25 maggio alle ore 15:30 la splendida cornice dell'Aula Conferenze di Palazzo Pilo Boyl, presso la prestigiosa Scuola Superiore Sant'Anna, ospiterà un appuntamento di primo piano dal titolo fortemente evocativo: “Il Centro e l’Europa: che fare”. L'evento, organizzato nell'ambito dei "Dialoghi di AssoAllievi" dall'Associazione Allievi Sant'Anna, vedrà un fitto dibattito con i leader di Più Europa, espressione politica di una visione transnazionale, libertaria ed europeista.

Gli interventi e i protagonisti

Al tavolo dei relatori siederanno due figure chiave del panorama politico radicale e della leadership di Più Europa:

  • Matteo Hallissey - Presidente di Più Europa e già Segretario di Radicali Italiani, una delle voci più giovani e dinamiche della mobilitazione per i diritti civili e le riforme strutturali.

  • Riccardo Magi - Segretario di Più Europa, da anni in prima linea nelle battaglie parlamentari e di piazza per la legalità, la democrazia e gli Stati Uniti d'Europa.

A moderare il confronto e a stimolare il dibattito saranno Antonio Michele Alberto Cariola e Alice Quattrocchi, entrambi rappresentanti della Scuola Superiore Sant’Anna, a testimonianza di un dialogo che vuole unire l'analisi politica all'eccellenza della formazione accademica.

Un legame indissolubile: la galassia radicale e la sfida europea

Per il Movimento Radicale - Movimento d'Azione, guardare a Più Europa significa confrontarsi con compagni con cui si condivide lo stesso DNA ideale. In un momento storico in cui il progetto europeo è costantemente sotto l'attacco dei nazionalismi e delle spinte illiberali, chiedersi "che fare?" non è un semplice esercizio teorico, ma un'esigenza d'azione urgente. La transizione ecologica, la difesa dello Stato di diritto, la riforma dei trattati europei in chiave federale e la tutela dei diritti fondamentali sono i binari su cui i compagni di Più Europa e l'intero mondo radicale continuano a incrociare le proprie traiettorie.

Come partecipare e contatti

L'evento è aperto al pubblico e rappresenta un'occasione imperdibile di approfondimento.

La rincorsa verso gli Stati Uniti d'Europa passa anche da Pisa.

sabato 23 maggio 2026

Ricordiamo il compagno Fabio Massimo Nicosia

Certe fiamme non si spengono con il passare del tempo; continuano a bruciare nei cuori di chi resta, alimentando il fuoco della rivolta e del pensiero critico. Oggi, nell’anniversario della sua scomparsa, il Movimento Radicale - Movimento d'Azione stringe i pugni e alza le bandiere per ricordare il compagno anarchico Fabio Massimo Nicosia.

Fabio non è stato solo un militante, ma una mente lucida, un saggista raffinato e un intellettuale eretico capace di scardinare i dogmi del pensiero unico. La sua è stata un'esistenza spesa interamente all'insegna della coerenza e dell'intransigenza contro ogni forma di autorità, Stato e capitale.

La contaminazione libertaria: il rapporto con i radicali

Un capitolo fondamentale e imprescindibile della biografia politica di Fabio è stato il suo rapporto intenso, dialettico e a tratti tormentato con il mondo radicale e socialista libertario. Fabio non concepiva l’anarchismo come un dogma isolato in una torre d'avorio, ma come una forza viva capace di infiltrarsi, dialogare e contaminare altri percorsi di liberazione.

Per lungo tempo ha attraversato le istituzioni e i congressi dei Radicali Italiani, venendo eletto anche all'interno del loro Comitato Nazionale. In quell'alveo ha combattuto battaglie storiche di stampo antiproibizionista, per i diritti civili e contro l'elefantiasi burocratica dello Stato, ricordando costantemente che le riforme dovevano tendere alla progressiva abolizione delle catene statali. Fu proprio per dare una casa teorica a questo ponte ideale che Fabio diede vita al progetto e al sito Radicali Anarchici, l'ambizioso tentativo di unire l'ala più individualista e antistatale del mondo radicale con la tradizione dell'anarchismo.

Questa sua instancabile attitudine al confronto lo ha portato a dialogare anche con le componenti più libertarie del socialismo. Resta memorabile, in questo senso, la sua partecipazione a una densa videoconferenza organizzata dall'Associazione Radicale Socialista Loris Fortuna. In quell'occasione, Fabio seppe dialogare con lo storico ceppo del socialismo liberale e radicale, portando al tavolo la sua visione intransigente, decostruendo il feticcio dello Stato sociale burocratico e offrendo una prospettiva in cui l'equità sociale non viene calata dall'alto dei ministeri, ma sorge spontaneamente dalla libertà degli individui e dall'autogestione economica.

Il Partito Libertario e la provocazione del "Dittatore Libertario"

Consapevole della necessità di incidere concretamente nel tessuto politico, Fabio è stato in seguito tra i fondatori e l'anima teorica del Partito Libertario. Proprio all'interno di questa elaborazione si inserisce il suo libro chiave per comprendere la teoria di tale partito: L'eguaglianza libertaria (2020). Altro testo per comprendere il programma del partito è il Vademecum del dittatore libertario. Problemi della transizione e programma del Partito Libertario (2020).

Con questo testo, Fabio affronta il nodo che molti teorici della libertà evitano: come si smantella uno Stato ipertrofico senza farsi schiacciare dalle sue stesse inerzie burocratiche? La figura del "dittatore libertario" è un paradosso logico e politico: l'uso temporaneo di un potere concentrato al solo e unico scopo di smantellare le leggi oppressive, deregolamentare e restituire la sovranità ai singoli individui, fino all'autodissoluzione dell'autorità stessa. Una transizione d'assalto per svuotare il Leviatano dall'interno.

Il geolibertarismo: la terra come bene comune

Un altro pilastro insostituibile del suo pensiero è stata l'adesione e la rielaborazione del geolibertarismo. Influenzato dalle tesi storiche di Henry George, Fabio ha saputo coniugare la difesa della proprietà privata dei frutti del proprio lavoro con un principio di profonda giustizia sociale ed ecologica: la Terra e le risorse naturali appartengono all'umanità intera.

Contro il capitalismo clientelare e i monopoli fondiari, il geolibertarismo di Fabio proponeva che chiunque occupi una porzione di suolo o di risorse scarse debba indennizzare la collettività attraverso un canone sul valore fondiario (senza colpire il lavoro o le migliorie). Questo modello scardina alla radice la rendita parassitaria, garantendo a ogni individuo un dividendo sociale come diritto di nascita su questo pianeta.

Un faro teorico: i suoi libri

Il suo contributo culturale resta impresso nelle pagine di saggi taglienti, lucidi e profondamente anticonformisti, strumenti di studio e di lotta per le nuove generazioni di militanti:

  • Il sovrano occulto (2000): Un'analisi spietata dei meccanismi di potere e di controllo che si celano dietro le strutture democratiche formali.

  • Beati Possidentes (2004): Un'opera fondamentale in cui esprime la propria originale concezione del diritto e della politica libertaria.

  • L'eguaglianza libertaria. Contraddizione, conciliazione, massimizzazione: Il testo in cui Fabio esplora l'intersezione tra la libertà del singolo e la giustizia sociale, integrando proprio le istanze del geolibertarismo.

  • Popolo contrappeso e resistenza individuale: Una lucida riflessione sui percorsi di resistenza e sul rifiuto del "meno peggio" di fronte alle derive autoritarie della modernità.

In un’epoca storica segnata dal ritorno di un autoritarismo strisciante, dalla repressione del dissenso e dal controllo bio-politico, la voce, la prassi militante e l'eredità intellettuale di Fabio Massimo Nicosia sono più attuali che mai. Ci ricordano che l'unica postura degna di fronte all'ingiustizia è la ribellione guidata dal pensiero critico.

Il modo migliore per onorarlo è non arretrare di un millimetro. Continuare a occupare gli spazi, a diffondere il pensiero libertario, radicale e geolibertario, a decostruire le menzogne del potere e a lottare per l'emancipazione reale.