domenica 5 luglio 2020

Geolibertarismo, nonviolenza e libero mercato

Eccoci alla quinta puntata dell’intervista geolibertaria. Le domande sono sempre di Dario Farinola e le risposte di Massimo Messina. Le puntate precedenti dell’intervista le trovate ai seguenti link:
  1. Torna in vita GeoLib, con un'intervista
  2. Continua l'intervista: liberalismo, liberismo, socialismo, Henry George ed il georgismo
  3. Georgismo, libero mercato, anarchia
  4. Neogeorgismo "geselliano", imposta fondiaria, geolibertarismo
Nella scorsa puntata hai citato l'economista Fred Foldvary come il creatore della parola "geolibertarismo". Ci spieghi molto brevemente quali sono i punti chiave del suo pensiero politico?

Fred Emanuel Foldvary è docente di economia presso la San José State University, in California, e ricercatore presso l'Independent Institute. In precedenza ha insegnato all'Università di Santa Clara e in altri college. La sintesi più estrema delle idee politiche di Foldvary l’ha fatta lui stesso, nel suo sito personale, alla seguente pagina:
http://www.foldvary.net/works/policy.html
 


Per chi non legge l’inglese, con traduzione mia:

“Le proposte di riforma politica di Fred Foldvary
  1. Attuare l'etica universale nella costituzione, in modo che non vi siano restrizioni o costi imposti per atti che non danneggino coercitivamente gli altri.
  2. Sostituire le tasse esistenti con entrate pubbliche derivanti da canoni d’uso, tasse sull'inquinamento e valore fondiario.
  3. Sostituire la democrazia di massa con la democrazia cellulare: voto per piccoli gruppi con governo multilivello dal basso.”
Hai sostenuto l'assoluta necessità di superare il georgismo classico in nome dell'anarchismo. Ci spieghi come mai hai scelto il geolibertarismo e non l'anarcocapitalismo? Te lo chiedo perché anch'io come tutti quelli che amano la libertà in modo radicale sono stato ispirato dalla dottrina anarcocapitalista ma esattamente come te non mi ha mai convinto. Quali sono state le tue riflessioni a tal proposito?

L’anarcocapitalismo è una menzogna. Si spaccia per anarchico, quando invece è lo statalismo peggiore, perché propugna Stati proprietari assolutisti che sono peggiori del peggiore assolutismo. I monarchi assoluti non avevano gli stessi poteri che i cosiddetti anarcocapitalisti pensano siano legittimi per un proprietario sulla sua proprietà. Un re assoluto non poteva legittimamente a suo arbitrio decidere che un suo suddito dovesse essere rimosso fisicamente dal suolo del suo regno, per le sue idee, ad esempio. L’anarcocapitalismo, quindi, è tutt’altro che anarchico, essendo assolutismo, totalitarismo, proprietarista, che idolatra la proprietà, mentre, parafrasando Gesù, per me la proprietà è per gli uomini e non gli uomini per la proprietà.

Come noi tutti ben sappiamo una società libertaria e anarchica è priva di diritto positivo. Tuttavia esistono dei principi di carattere generale che possano fare da collante sociale?

Mi sembrerebbe proprio di sì.

Quali sono questi principi e con quali strumenti potrebbero essere inseriti senza che ci sia un intervento coercitivo di un'autorità superiore? 

Ricordando che l’indirizzo del sito sul quale stiamo pubblicando quest’intervista contiene la parola “nonviolento”, rispondo che i principi sono quelli della nonviolenza e gli strumenti sono le tecniche della nonviolenza, oltre lo strumento per eccellenza che è l'istituzione "mercato", libero incontro delle volontà individuali. I principi della nonviolenza e le sue tecniche si possono diffondere o meno, ma di certo non ha neppure senso pensare che vengano imposti dall’alto. Si propongono, non si impongono, e vengono dalle coscienze di ogni persona che aderisce alla nonviolenza.

Citando il comune amico, il giurista e filosofo Fabio Massimo Nicosia, l'assioma libertario prevede che A non possa imporre obblighi unilaterali nei confronti di B. Cosa accadrebbe se in una società libertaria un uomo venisse ammazzato ed in quel momento venisse meno uno dei principi cardini di una società priva dello Stato? Quali soluzioni adottare in quel momento?

Sarebbe un fallimento, senza alcuna soluzione. In quale parte del mondo ed in quale tempo non sarebbe così? Nessun diritto di alcun tipo mi pare sia mai riuscito a riportare in vita una persona assassinata. Capisco che con queste ultime domande hai toccato temi centrali ed infatti per me il centro della mia idea politica anarchica è la nonviolenza. Se ci diciamo per il mercato non possiamo usare la forza per imporre la nostra volontà. Possiamo sentirci costretti a farlo, per difendere noi stessi o altri, ma nello stesso momento in cui lo facciamo abbiamo già fallito, perché chi deciderà su quella questione sarà chi usa più forza e non chi convince di più, sul mercato. La violenza è la negazione del libero mercato, la nonviolenza è la base dell’anarchia, nel senso più ampio.

domenica 28 giugno 2020

Neogeorgismo "geselliano", imposta fondiaria, geolibertarismo

Siamo alla quarta puntata dell’intervista geolibertaria. Le domande sono sempre di Dario Farinola e le risposte di Massimo Messina. Le puntate precedenti dell’intervista le trovate ai seguenti link:
  1. Torna in vita GeoLib, con un'intervista
  2. Continua l'intervista: liberalismo, liberismo, socialismo, Henry George ed il georgismo
  3. Georgismo, libero mercato, anarchia
Nella scorsa puntata hai accennato ad un tuo personale neogeorgismo, accennando ad un valore fondiario che si estinguerebbe attraverso la moneta di ghiaccio geselliana o moneta deperibile. Vogliamo approfondire meglio questo concetto?

Attraverso la riforma fiscale di George, la rendita fondiaria va ad alimentare le entrate pubbliche, come unica entrata ed al 100%, di fatto essendo una nazionalizzazione della Terra. Che una nazionalizzazione possa essere in linea con il libero mercato è decisamente controintuitivo, ma così è, se si analizza bene, perché si abbatte un monopolio legato alla violenza e si immette sul mercato la Terra, che circolerebbe da possessore a possessore finché resterebbe nelle mani di chi la userebbe facendola fruttare. Con Terra, poi, abbiamo visto già la volta scorsa che non deve intendersi il terreno agricolo: un metro quadrato di un fondo commerciale in un centro abitato, magari turistico, ha un valore molto più alto di un metro quadrato di qualsiasi terreno agricolo, come tutti ben sappiamo, quindi i principali contribuenti non sarebbero di certo gli attuali piccoli proprietari terrieri, anzi, probabilmente sarebbe più ciò che ne potrebbero ricavare di ciò che dovrebbero pagare.
La riforma georgista porta di certo ad un fortissimo abbattimento del Leviatano, ma solo da un lato, dal lato delle entrate fiscali e ciò non è di certo poca cosa, ma resterebbe comunque un residuo potere da abbattere - quello della scelta di come redistribuire ciò che attraverso la tassa unica è stato raccolto - e quando ci sono soldi di mezzo e qualcuno che si occupa di doverli redistribuire, specialmente se questo qualcuno si arroga di detenere il monopolio della forza, questo qualcuno finisce sempre per abusare del potere che ha. Che costi avrebbe una qualsiasi forma di controllo? Chi controlla il controllore? Per superare questa questione, ho pensato che la soluzione ideale sia l’abbattimento dello Stato, il suo superamento. Come si potrebbe porre, quindi, la questione della redistribuzione del valore fondiario? Ci sono diverse ipotesi in campo, che vengono proposte, in ambito geolibertario e non ho trovato nessuno che proponga ciò che è venuto in mente a me e quindi penso che sia un’idea orginale. Immaginiamo di aver già raccolto tutto il valore fondiario e di volerlo redistribuire a tutti quanti contemporaneamente. Se vogliamo dare ad ognuno il valore pro quota di ciò che è stato raccolto una via è quella di bruciare quel valore monetario, eliminarlo dalla circolazione. Quando si elimina una massa monetaria ciò che si ottiene è la diminuzione dell’offerta di moneta e ciò significa che il valore delle moneta sale, arricchendo così pro quota, ogni detentore di moneta. Ciò significa che non c’è alcun bisogno di redistribuire: basterebbe bruciare, ma perché bruciare se si può sciogliere, senza accendere alcun fuoco? Fuor di metafora, qui ci viene incontro la moneta di ghiaccio o moneta deperibile geselliana. Il valore fondiario, con gli strumenti informatici attuali, non è affatto necessario che venga raccolto ogni anno o ogni mese o comunque ogni periodo più o meno lungo che vogliamo. Può essere raccolto di continuo, in ogni singolo istante, attraverso algoritmi, “raccolto” e “bruciato” o, meglio, “sciolto”, attraverso un tasso (che varia al variare del valore di mercato del valore fondiario) di deperibilità della moneta da applicare ai detentori della rendita fondiaria o a chi inquina (magari anche più alto per chi inquina). Tutto ciò può essere realizzato attraverso organizzazioni volontaristiche, anche in concorrenza tra loro, che si sostituirebbero allo Stato senza per nulla ereditarne la sua violenza.

Tornando all'imposta unica fondiaria quali sono i Paesi che oggigiorno la applicano e con quali risultati?

Nessun Paese al mondo è attualmente georgista al punto da applicare un’imposta fondiaria che regga le intere entrate pubbliche, purtroppo, ma ci sono Paesi che hanno un’imposizione fiscale più georgista di altri, avendo una composizione delle entrate in cui quelle fondiarie sono relativamente maggiori. Paesi che hanno una rilevante imposizione fiscale fondiaria sono la Danimarca, l’Estonia, la Lituania, la Russia, Singapore, Taiwan, ma anche in alcune zone dell’Australia, del Messico (Mexicali) e degli Stati Uniti (Pennsylvania). Non essendo in ognuno di questi casi un regime fiscale totalmente georgista ed essendo Stati così differenti tra loro, ciò che ci può interessare, ai nostri fini, è cercare di vederne gli effetti che dipendono esclusivamente dall’imposizione sulla rendita fondiaria. In generale vi è assenza di evasione fiscale (nascondere il possesso fondiario è per lo meno difficile), una maggiore forza e dinamicità dell’economia (derivante da una minore imposizione fiscale sul lavoro e sulle imprese), una riqualificazione delle zone più depresse (che pagando molto meno delle altre, divengono così "naturalmente" dei paradisi fiscali), una maggiore mobilità fondiaria, una penalizzazione della speculazione sui terreni e quindi uno sviluppo più ecologico, meno costi derivanti dalla burocrazia, cicli economici meno aspri, oltre che un’imposizione fiscale più equa dal punto di vista morale.

Dato che accennavi all'anarchia e al geolibertarismo ci spieghi che cos'è il geolibertarismo e in che cosa si differenzia per sommi capi dal Georgismo classico?

Il termine “geolibertario” e derivati sono stati introdotti da Fred Foldvary, che ha messo insieme l’idea georgista della Terra da considerarsi comune, alla tradizione libertariana statunitense. Per geolibertario io intendo ogni combinazione tra libertarismo individualista ed idea georgista (altrimenti chiamata geoista, da “geo”, prefisso che viene dal greco antico, indicante la Terra). Il georgismo classico presupponeva lo Stato, pur se uno Stato che adottasse per intera la riforma geogista non sarebbe più lo stesso, mentre il geolibertarismo apertamente intende superare lo Stato, mettendo al centro gli individui e quindi il mercato, nel quale le volontà individuali si incontrano.

Quando è nato il geolibertarismo e quali sono gli autori più rappresentativi di questa dottrina?

“Geo-Libertarianism” fu il titolo di un articolo di Fred Foldvary del 1981. Con quell’articolo nasce ufficialmente il geolibertarismo. Non si può, quindi che iniziare da Foldvary, che poi parlò anche esplicitamente di geoanarchismo. Geolibertari ante litteram, comunque, sono stati grandi esponenti dell’Old Right statunitense quali Albert Jay Nock e Frank Chodorov, essendo fortemente liberali, liberisti e libertari così come georgisti. Andando nel passato, comunque, potremmo annoverare tra i geolibertari tansissimi pensatori di varie discipline, arrivando indietro nel tempo fino al grande filosofo cinese Laozi... Autore geolibertario interessante e contemporaneo è di certo Harold Kyriazi. Qui in Italia di certo va menzionato il nostro comune amico Fabio Massimo Nicosia.

Quali sono le più importanti differenze dottrinali tra i principali autori geolibertari?

Penso di non essere in grado di rispondere compiutamente ad una domanda così impegnativa, specialmente se ci proponiamo che questa sia un’intervista a puntate settimanali, con ritmi settimanali e con scopo divulgativo. Dato che sto elaborando la mia di dottrina geolibertaria, ciò che noto maggiormente è ciò che mi sembra non ci sia negli altri che incontro in questo mio cammino di ricerca. Ho conosciuto Henry George anche grazie a Silvano Borruso, che ho finito di considerare come maestro quando mi ha manifestato le sue idee antiebraiche, corporativiste e filofasciste. Ho imparato molto da Foldvary e da Nicosia. Quest’ultimo lo trovo molto vivace, intelligente e stimolante, oltre che vicino alle mie radici pannelliane, ma penso che la parte più interessante dei suoi lavori non stia nelle soluzioni che propone, bensì nelle questioni che pone, questioni che, da libertari amanti del libero mercato non possiamo che pensare che troveranno soluzione nel mercato stesso, il cui andamento è poco prevedibile, in base agli attuali strumenti conoscitivi. Ciò che dobbiamo fare, secondo me, è creare le condizioni affinché possa esserci, magari gradualmente, un mercato veramente e pienamente libero, cioè nonviolento. Questione centrale per me è appunto la nonviolenza teorica e pratica.

domenica 21 giugno 2020

Georgismo, libero mercato, anarchia

Eccovi la terza puntata dell’intervista geolibertaria. Le domande sono sempre di Dario Farinola e le risposte di Massimo Messina. Le puntate precedenti dell’intervista le trovate ai seguenti link:
  1. Torna in vita GeoLib, con un'intervista
  2. Continua l'intervista: liberalismo, liberismo, socialismo, Henry George ed il georgismo
- Nella scorsa puntata abbiamo fatto riferimento ad Henry George e il georgismo ed ovviamente parlando di georgismo non si può non parlare di imposta unica fondiaria. A tal riguardo va sottolineato come Luigi Einaudi (gigante del pensiero liberale) fosse contrario ad un'imposta unica di questo tipo non perché fosse contrario in sé ma perché semplicemente riteneva che l'esistenza di un'imposta unica fondiaria fosse insufficiente per mantenere l'intero apparato burocratico dello Stato. Secondo te, è sufficiente un'imposta unica fondiaria per mantenere l'ossatura dello Stato così come oggi la conosciamo o ci sarebbe un enorme cambiamento a riguardo?

- Partiamo dal fatto che il valore fondiario è un valore di mercato: dipende dalla domanda e dall’offerta. Quest’ultima, in una situazione in cui tutti i fondi sono occupati, diventa una costante, mentre la domanda dipende principalmente dal numero di abitanti o visitatori. Prendiamo ad esempio una città turistica come può essere Firenze. Un metro quadro di un fondo a Firenze vale molto di più di un metro quadro in un’altra città, magari della stessa Toscana, che è al di fuori dei circuiti turistici. Le entrate, quindi, di un sistema fiscale georgista, indurrebbero pure a politiche di miglioramento dell’ambiente, del territorio, affinché esse attraggano presenze di qualità, turistiche o meno. Tra i grandi economisti e pensatori liberali/libertari che hanno sostenuto l’idea di un’imposizione fiscale di tipo georgista vi sono Hermann Heinrich Gossen, Frank Chodorov, Albert Jay Nock e Fred Foldvary. Tutti questi ci mostrano come tale tipo di imposizione fiscale - accompagnata ad un totale libero mercato - sarebbe il contrario degli interventi statali intesi in senso statalistico, bensì sarebbe la via per l'estinzione di ogni intervento statale. Anche l’idea di Einaudi che tale tipo di imposizione fiscale sia insufficiente per finanziare lo Stato convalida quest’idea. Per un georgista ciò che conta è abbattere la rendita parassitaria, non mantenere lo Stato, che, a ben vedere, è un aggroviglio di rendite parassitarie.

- Uno Stato georgista quali servizi può offrire ai cittadini?

- Qui si possono fare diverse ipotesi. Ciò che conta è che la rendita parassitaria venga redistribuita a chi appartiene (anche virtualmente, come spero di chiarire man mano che espongo la mia idea). Tornando al pensiero che la rendita fondiaria dipende unicamente dalla domanda, cioè in fondo dalle persone che lo valorizzano non avendone il possesso, queste persone vanno pagate, in un modo o nell’altro, anche soltanto eliminando il valore della rendita parassitaria. Chi occuperebbe un fondo il cui valore si estinguerebbe di continuo, prima che egli possa farne qualcosa? Forse solo chi potrebbe trarre dal fondo stesso un valore maggiore della rendita e così si indurrebbe tutti i possessori dei fondi a valorizzarli o a disfarsene, facendoli circolare di possesso finché arrivano in possesso a chi riesca a valorizzarli al meglio. Uno Stato georgista, quindi, è di certo uno Stato in cui il mercato è al centro ed i servizi verrebbero principalmente dallo stesso mercato, secondo domanda ed offerta degli stessi. Io personalmente, ormai, sono per un neogeorgismo che superi il concetto di Stato così come lo conosciamo oggi, perché pensare ad un apparato statale che offra servizi significa mettere al di fuori del mercato tali servizi, con tutte le inefficienze e le distorsioni che ne derivano, ma anche, dal punto di vista etico, con tutte le violenze derivanti dal “monopolio della forza” che, per chi non lo ricordasse, è lo Stato.

- Esisterebbe il welfare state così come oggi lo conosciamo o si troverebbero soluzioni alternative a riguardo?

- Questa domanda che fai mi sembra centrale, appunto, in base a ciò che dicevo. In un’ottica di liberalizzazione di ogni possibile servizio, rimetterei quello che chiamiamo welfare al mercato, totalmente. Ciò, però, può essere fatto unicamente se prima si ridà a chi si era tolto e non attraverso strumenti redistributivi di tipo socialdemocratico, che accrescono il potere discrezionale e coercitivo dello Stato, bensì attraverso l’estinzione del valore fondiario. Piuttosto che ad un’imposta, come la pensava George nel suo tempo, penso ad un vero e proprio valore che si estingue, che si scioglie, come il giaccio al sole. Evoco con quest’immagine la moneta di ghiaccio geselliana, o moneta deperibile. Se il valore monetario della ricchezza detenuta da chi si impossessa dei fondi diminuisse costantemente e abbastanza velocemente, risolveremmo il problema della rendita fondiaria senza per questo dover creare un apparato di acquisizione dell’imposta fondiaria ed evitando pure la questione politica di come redistribuire tali entrate, che, come si sa, hanno la tendenza a restare almeno in parte (parte sempre più consistente) nelle mani di chi li gestisce, che, ammantandosi di buone intenzioni (di solito qui si fa riferimento a concetti quali “bene comune”) finisce sempre per fare i suoi di interessi.

- Su quali parametri oggettivi stabilire l'imposta fondiaria?

- Essendo un valore di mercato direi, continuando ciò che stavo dicendo, nessun parametro oggettivo che non sia la stessa domanda. Le persone, prendendo coscienza del proprio diritto/potere e aggregandosi, potrebbero stabilire il tasso di svalutazione monetaria da applicare quando la moneta va in mano a chi si impossessa delle risorse naturali o ne limita l’accesso o le inquina. Questo sarebbe un neogeorgismo che emergerebbe dal basso e che si relazionerebbe con lo Stato e con gli attuali poteri pubblici volendoli solo sostituire con organizzazioni volontaristiche, perché finché la moneta ci è imposta dall’alto, tutto ciò non potrebbe realizzarsi, se non in maniera distorta dalla violenza, dalla coercizione statalista.

- Eliminando tutte le altre forme di tassazione ci può essere il rischio che l'imposta fondiaria sia estremamente elevata e che in buona sostanza per il cittadino non cambi nulla per quel che concerne il quantum da pagare allo Stato?

- L’imposizione fondiaria grava solo su chi si impossessa dei fondi. In un’ottica neogeorgista si può applicare il concetto a tutte le risorse naturali (tassando chi ne limita gli accessi o le inquina) ed il ragionamento che qui espongo vale anche per esse. Un’imposizione fondiaria non può, per definizione, essere maggiore del valore dello stesso fondo. Se arbitrariamente uno Stato applicasse, nell’ambito di un regime fiscale di tipo georgista, un’imposizione fiscale maggiore della rendita, ciò che otterrebbe sarebbe fare scappare via chi detiene quei fondi, lasciandoli e quindi le entrate sarebbero nulle. Tutto ciò, ripeto, in un’ottica in cui c’è ancora lo Stato, che si finanzia attraverso un regime fiscale georgista, ma, come affermavo prima, le mie idee sono ormai geolibertarie in senso anarchico. Lo Stato non solo non è necessario, ma è anzi più dannoso che altro. Si può distruggere la rendita parassitaria rimettendo tutto al mercato, anche senza il problema di pensare ad un apparato redistributivo. Si possono avere forme di welfare monetario mutualistiche e di mercato. Sono giunto all’anarchia pensando che finché c’è lo Stato c’è violenza ed anche se lo Stato georgista sarebbe quello fiscalmente meno violento, ci sarebbe comunque violenza. Ciò non significa che essa non ci sarebbe più una volta abolito lo Stato, perché esso è uno degli “attori” della violenza, non l’unico.

domenica 14 giugno 2020

Continua l'intervista: liberalismo, liberismo, socialismo, Henry George ed il georgismo

Ecco la seconda puntata dell'intervista iniziata la settimana scorsa in questo blog. A fare le domande è sempre Dario Farinola ed a rispondere Massimo Messina. 

- Ciao, Massimo! Nella scorsa puntata abbiamo approfondito la tua storia personale che parte dal marxismo fino ad abbracciare socialismo e liberalismo. In altre circostanze ti sei definito contemporaneamente sia socialista che liberista; dato che il liberismo è una dottrina economica e non politica come fai a conciliare socialismo e liberismo? Quali sono gli autori che storicamente riescono a conciliare entrambe queste dottrine e per finire ci fai qualche esempio di proposta politica concreta in cui siano presenti elementi di entrambe le dottrine? 

- Il liberismo è dottrina di politica economica, ma ha pure fondamenta morali, il socialismo è l’obiettivo di emancipazione delle classi subalterne. Vedo un po’ il liberismo come un mezzo ed il socialismo come un fine: attraverso il libero mercato si può giungere alla giustizia sociale. Sugli autori che conciliano liberismo e socialismo non ho alcuna intenzione di essere esaustivo rispondendoti, perché ci vorrebbe un trattato per essere esaustivi e non è il fine di questa intervista fare trattati, ma pian piano approfondire gli argomenti che ci interessano. Ti rispondo, però, con alcuni esempi. Mi sono laureato scrivendo una tesi sul rapporto tra scienza economica ed ideologia politica in Vilfredo Pareto e Maffeo Pantaleoni. Quando Pareto, Pantaleoni e gli altri economisti liberali, liberisti e libertari (sì, si autodefinivano così, alla fine dell’Ottocento) del Giornale degli Economisti si posero la questione di come approcciarsi al nascente Partito Socialista alcuni di loro decisero di provare ad offrire a questo partito, che aveva l’aspirazione di emancipare il proletariato, il loro programma di politiche economiche liberiste e libero-scambiste, mostrando come gli interessi dei proletari erano contrari a quelli dei capitalisti protezionisti. Ogni introduzione di maggiore libertà di mercato può essere elemento di emancipazione nei confronti dei diseredati. Ciò è ben presente nel socialista Benjamin Tucker, ad esempio, ma anche nel socialista libertario Silvio Gesell. La migliore conciliazione di libero mercato e giustizia sociale, però, secondo me, è quella georgista, in cui non solo si risponde al meglio alle istanze di libertà individuale e di giustizia sociale, ma anche si pongono le basi per un’ambientalismo libertario e attento alle future generazioni, oltre che anche animalista.
Per quanto riguarda l'esempio di proposta politica che abbia elementi liberali e socialisti se ne potrebbero fare tanti, ma seguendo lo spirito di questo blog, che è blog geolibertario, direi che l'esempio da fare è il canone per l'uso delle risorse della natura. È liberista perché trasferisce nel mercato anche la legittimità dei titoli di proprietà, sottoponendoli al consenso da manifestarsi nel mercato stesso. È socialista perché socializza le risorse naturali, ma non necessariamente dandole in mano ad un qualsiasi ente pubblico statale... 

- Avendo attraversato varie scuole di pensiero (marxismo, socialismo e liberalismo) qual è stata la molla mentale che ti ha permesso di scoprire Henry George e il georgismo? 

- È stata la ricerca di un liberismo che fosse autenticamente tale (e quindi che fosse anche il miglior strumento per l’emancipazione dei diseredati, oltre che fosse dottrina morale) che mi ha condotto verso George. Credo che sia il caso che passo la parola direttamente ad Henry George, che così scrive nella prefazione al suo libro “Progresso e Povertà”:

Ciò che ho fatto in questo libro, se ho risolto correttamente il grande problema che ho cercato di indagare, è unire la verità percepita dalla scuola di Smith e Ricardo alla verità percepita dalla scuola di Proudhon e Lasalle; mostrare che il laissez-faire (nel suo vero significato) apre la strada alla realizzazione dei nobili sogni del socialismo; identificare la legge sociale con la legge morale e confutare le idee che nella mente di molti velano le grandi ed elevate le percezioni.” 

- Che cosa stavi cercando in più che liberalismo e socialismo non ti offrivano? 

- Il liberalismo ed il socialismo sono dottrine così vaghe che troverai liberalismi che giustificano anche le tirannie più spietate e socialismi che giustificano le peggiori ingiustizie sociali e non solo sociali. Tragico, però, sarebbe buttare il bambino con l’acqua sporca: ecco perché, da georgista, continuo a dirmi liberale, liberista, libertario e socialista. Il liberalismo ed il socialismo mi hanno condotto verso il georgismo, che è la migliore sintesi che sia mai stata espressa, non essendo un compromesso tra le idee di libertà individuale e le idee di giustizia sociale (compromesso che comporta ci sia sempre qualcuno che cerchi di bilanciare diversi interessi tirando la coperta un po’ di qua ed un po’ di là, lasciando scontenti infine entrambi), perché il georgismo non nega nulla del liberalismo (autenticamente inteso, come era inteso dai suoi padri e dai suoi maggiori esponenti) e con ciò giunge alla giustizia sociale, anzi, usando le parole di George che ho citato prima: “alla realizzazione dei nobili sogni del socialismo”. 

- Esattamente in che anno hai scoperto Henry George e il georgismo e soprattutto ci dici chi è stato Henry George? 

- Se non ricordo male, era il 2010 quando ho scoperto Henry George ed il georgismo. Henry George nacque il 2 settembre 1839 e morì il 29 ottobre 1897. Era un economista ed un giornalista politico statunitense. Ha promosso la "tassa unica" sulla terra, anche se evitava questa espressione. I suoi scritti furono popolarissimi nell'America del XIX secolo e scatenò numerosi movimenti di riforma. Ha ispirato la filosofia economica nota come georgismo, basata sulla convinzione che le persone dovrebbero possedere il valore che producono, ma che il valore economico derivato dalla terra (comprese le risorse naturali) dovrebbe appartenere equamente a tutti i membri della società. Sosteneva che l’imposta unica sulla terra avrebbe riformato la società e l'economia, attraverso il libero mercato.

La sua opera più famosa, “Progresso e Povertàè del 1879. Arrivò a vendere milioni di copie in tutto il mondo, probabilmente più di qualsiasi altro libro americano prima di allora. Il trattato indaga il paradosso dell'aumento della disuguaglianza e della povertà contestualmente al progresso economico e tecnologico, la natura ciclica delle economie industrializzate e la “cattura” della rendita con strumenti quali l'imposta sul valore fondiario ed altre riforme anti-monopolio come rimedio.

L'economista e giornalista della metà del ventesimo secolo George Soule scrisse che George era "di gran lunga il più famoso scrittore economico americano" e "autore di un libro che probabilmente aveva una diffusione mondiale più ampia di qualsiasi altra opera di economia mai scritta". 

- Ci dai una definizione sintetica ma esaustiva di cosa sia il georgismo? 

- Il georgismo è l’idea che il libero mercato debba dispiegarsi completamente, contro ogni monopolio coercitivo, compresi i monopoli sulle risorse naturali. La risorsa naturale per eccellenza, specialmente nell’Ottocento, era la terra e lo strumento che George individua per giungere a questo dispiegarsi del libero mercato (anche per superare le crisi cicliche e la povertà) è la sua proposta di riforma fiscale, tesa ad abolire ogni altra imposizione fiscale e ad introdurre al suo posto un’unica imposta, gravante esclusivamente sul valore fondiario, per redistribuire tale valore ai non proprietari fondiari. Lo stesso principio può essere applicato anche a chi inquina le risorse naturali e quindi il georgismo è anche ecologista.

Il georgismo, in altre parole, è l’idea che le risorse naturali siano di tutti i membri della società, anche presenti e futuri, che la terra, quindi, sia da considerarsi di tutti. Si persegue senza alcuna violenza rivoluzionaria o espropriazione, bensì attraverso una riforma fiscale che semplifichi e riduca il peso fiscale, abolendo tutti i tipi di imposizione fiscale tranne l’imposta unica fondiaria. Seguendo il principio georgista (che la terra sia da considerarsi di tutti) e sviluppandolo, poi, ci sono stati dei neogeorgismi.

domenica 7 giugno 2020

Torna in vita GeoLib, con un'intervista

Inizia oggi, con questo post, quella che intende essere un’intervista a puntate. Le domande le pone Dario Farinola e le risposte sono di Massimo Messina, il creatore e l’amministratore di GeoLib, il blog geolibertario. 

- Ciao, Massimo. Ci fai un breve excursus della tua storia politica e personale? A che età hai cominciato ad appassionarti di politica? 

- Vengo da una famiglia siciliana del terziario, figlio di un agente di commercio. Mia madre collaborava con mio padre in un’agenzia di enciclopedie e libri dell’entroterra siciliano. I libri, quindi, a casa mia non mancavano mai e l’amore per la lettura me l’ha trasmessa mia madre.

Fin da bambino mi sono interessato di ogni forma religiosa che ho incontrato nella mia vita, perché le religioni parlano degli esseri umani, anche se sembra parlino piuttosto delle divinità. Sono linguaggi umani che parlano dei nostri mondi interiori e collettivi ed hanno spesso la pretesa di trattare delle cose più importanti della vita ed anche di ciò che eventualmente è oltre la vita stessa.

La ricerca delle “cose più importanti” mi ha condotto nell’adolescenza ad un ricercatore della verità che come me, ma ben prima di me, aveva fatto una comparazione tra le fedi religiose per giungere all’idea che le varie tradizioni religiose sono tutte rami dello stesso albero: Gandhi. Gandhi mi ha affascinato, mi ha formato e mi ha mostrato quello che è un comune elemento di ogni grande tradizione religiosa e morale: la nonviolenza. L’amore e la passione per la politica non possono che venire di conseguenza cercando di affrontare le questioni sociali.

Da adolescente che conosceva qualcosina della teoria politica mi dicevo comunista in senso marxista. Vedevo comunque del buono in molti partiti (ma anche del marcio), ma sentivo che dovevo studiare e conoscere meglio le cose.

Capitai casualmente su Radio Radicale ed iniziai ad ascoltare i radicali, specialmente i discorsi di Marco Pannella. Lessi anche molto sui pannelliani e la loro nonviolenza. Incominciai a militare come pannelliano-boniniano, negli anni ‘90, iscrivendomi per un anno al Movimento dei Club Pannella - Riformatori.

Non mi sentivo più marxista, vedendo nel marxismo l’impostazione ideologica, come Popper mi mostrava, ma continuavo a sentirmi socialista e mi iscrissi anche ad alcune associazioni siciliane e nazionali socialiste. Mi sentivo ormai socialista e liberista ed in Pannella ammiravo anche il fatto che pure lui si dichiarava sia socialista che liberista, anche se in quegli anni i pannelliani stavano mutando e virando verso un liberismo bocconiano che dimenticava il socialismo umanista degli anni precedenti del partito. Mi iscrissi anche ad un partito neoazionista, ma me ne allontanai abbastanza subito. Purtroppo era guidato da un giacobino decisamente illiberale nelle idee e nei modi. Ultimamente sono stato per l’anno scorso iscritto al PSI e per quest’anno sono iscritto ai Verdi e ad Azione, il partito di Calenda, pur continuando a stimare i Radicali ed a contribuire in vari modi alla politica di quella che un tempo i pannelliani chiamavano la galassia radicale. Nella mia ricerca relativa al pensiero ed all’azione politica mi sono imbattuto anni fa nel georgismo - da Henry George - e nel neogeorgismo del geolibertarismo o, meglio, dei geolibertarismi. Studiando il pensiero economico e politico di George mi è sembrato finalmente di trovare come rispondere nella maniera più efficace e semplice alle istanze di libertà individuale, giustizia sociale ed ambientalismo contemporaneamente. George e Gandhi hanno mostrato le chiavi per la soluzione dei problemi sociali del genere umano. 

- Io e te abbiamo una comune storia politica legata al liberalismo di scuola e formazione radicale. Nel mondo radicale tradizionalmente si fa riferimento sia al liberalismo classico che al socialismo liberale. Ti riconosci in questa doppia tradizione? 

- Sì, anche se il georgismo può anche essere visto come un superamento del liberalismo come del socialismo, genericamente intesi, ma anche intendendoli come “liberalismo classico” e “socialismo liberale”, superamento che rimane ben saldo, comunque, nella strenua difesa della libertà individuale, ma anche nell’idea del perseguimento della giustizia sociale. 

- Hai più volte dichiarato di sentirti sia liberale che socialista. Quali sono i valori e i principi che ti permettono di identificarti sia nell'una che nell'altra dottrina? 

- Sono un liberale nel senso che credo che la persona, l’individuo, venga prima di ogni altra cosa e l’individuo deve scegliere per sé come perseguire i suoi obiettivi e ciò è la base del liberalismo individualista. Sono socialista nel senso che mi rendo conto che nessun individuo umano possa neppure esistere se non in una società che ci forma e ci sostiene, ma anche che spesso ci toglie ciò di cui avremmo diritto per “natura”, per il solo fatto di essere nati ed essere vivi, ed il socialismo è il movimento per l’emancipazione dei diseredati per l’ottenimento di ciò che è stato loro usurpato. 

- Quali sono invece gli aspetti negativi di queste due nobili scuole di pensiero? 

- Ci sono così tanti liberalismi e socialismi che è impossibile poter rispondere esaurientemente alla tua domanda. L’unica cosa che posso esprimere in maniera sintetica sul liberalismo è che esso fallisce se non è abbastanza individualista e se pensa che ci siano individui da tutelare (ad esempio i proprietari) ed individui da non tutelare (ad esempio i non proprietari). Quando il liberalismo non discrimina gli individui e fonda tutto sulla libertà individuale (e quindi sulla nonviolenza) allora contiene già gli anticorpi per le sue degenerazioni. Sul socialismo va detto che ogni volta che lo si vuole perseguire con la violenza si ottiene l’inferno sulla Terra, denominato in vario modo, di solito sotto forma totalitaria. 

- Esiste un minimo comune denominatore che unisce liberalismo e socialismo? 

- Dovrebbe essere il riconoscimento del valore di ogni persona, o, meglio, questo è di certo l’elemento comune del liberalismo e del socialismo che mi interessano e di cui mi sento fare parte.