La decisione degli organizzatori del Roma Pride di negare la partecipazione con un proprio carro alle associazioni e alle realtà LGBT+ ebraiche, e nello specifico a Keshet Italia (l'unica associazione LGBTQIA+ ebraico-italiana), rappresenta un punto di non ritorno che non può lasciarci indifferenti. È una ferita profonda inferta non solo alla comunità arcobaleno, ma alla natura stessa delle battaglie per i diritti civili nel nostro Paese. A sollevare con forza la questione è Federica Valcauda, tesoriera di Europa Radicale, che in un duro e lucido post sui social ha fotografato l'assurdità di questa scelta, richiamando gli organizzatori ai loro doveri civici e morali:
"La scelta del Roma Pride di non far sfilare le organizzazioni Lgbt ebraiche viola i principi base della Costituzione a cui i Pride stessi si rifanno. Fossi negli organizzatori darei un’occhiata agli articoli 3, 18, 19 e 21."
Il tradimento dello spirito del Pride
Il Pride nasce storicamente come il momento dell'inclusione per eccellenza, come lo spazio in cui l'identità e la visibilità diventano uno strumento di liberazione contro ogni forma di discriminazione e ghetto. Vedere oggi la piazza di Roma che si chiude, che seleziona chi ha il "diritto" di manifestare e chi no in base alla propria identità culturale o religiosa, significa assistere al totale ribaltamento dei valori di Stonewall.
L'esclusione di Keshet Italia - colpevole unicamente di non aver superato un "test ideologico" e politico sulla propria identità e sulle complesse vicende geopolitiche mediorientali - dimostra come la lotta per i diritti sia diventata ideologica al punto da discriminare una minoranza all'interno della minoranza stessa. Quando accade questo, significa che si è smesso di fare politica dei diritti e si è iniziato a fare politica dell'esclusione.
Costituzione alla mano: i quattro articoli violati
Il richiamo di Federica Valcauda alla Carta Costituzionale è millimetrico e inchioda il Roma Pride alle proprie responsabilità. Escludere una realtà associativa come Keshet significa calpestare i pilastri della nostra democrazia:
Articolo 3 (Uguaglianza): Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. Creare "cittadini di serie B" nel perimetro di una manifestazione pubblica è inaccettabile.
Articolo 18 (Libertà di associazione): I cittadini hanno diritto di associarsi liberamente per fini che non sono vietati ai singoli dalla legge penale. Negare lo spazio a sigle associative legittime è un atto autoritario.
Articolo 19 (Libertà religiosa): Il diritto di professare liberamente la propria fede, in qualsiasi forma, individuale o associata, viene qui colpito nel momento in cui si discrimina l'identità ebraica dei manifestanti.
Articolo 21 (Libertà di manifestazione del pensiero): Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. Censurare una presenza o pretendere abiure politiche per poter sfilare significa censurare una voce.
Come Movimento Radicale - Movimento d'Azione, facciamo nostro il monito di Federica Valcauda ed esprimiamo la massima solidarietà ai compagni e alle compagne di Keshet Italia. Non esistono diritti a corrente alternata. Non esiste una "patente di legittimità" che gli organizzatori di un Pride possono rilasciare o ritirare a piacimento, specialmente quando si usano le tensioni geopolitiche internazionali come pretesto per sdoganare forme striscianti di intolleranza interna e antisemitismo mascherato da posizionamento politico.
Il Pride o è inclusivo, o semplicemente non è un Pride. Chiediamo un immediato ripensamento da parte del comitato organizzatore del Roma Pride: si torni al diritto, si torni alla Costituzione, si torni alla libertà per tutti, senza eccezioni.

Nessun commento:
Posta un commento