In questi giorni il dibattito pubblico italiano è stato attraversato da nuove polemiche legate al conflitto israelo-palestinese. Lo scrittore Erri De Luca è stato contestato dopo essersi definito sionista e aver sostenuto una netta distinzione tra il sostegno al diritto all'esistenza di Israele e il giudizio sulle scelte dei suoi governi. Nello stesso clima, Francesco De Gregori ha espresso perplessità sul crescente ricorso degli artisti a dichiarazioni pubbliche e schieramenti politici netti sulla guerra di Gaza, riaprendo il dibattito sul ruolo degli intellettuali nello spazio pubblico.
Non si tratta di episodi isolati. Personalità della cultura israeliana come David Grossman, Amos Oz e la cantante Noa hanno per anni difeso il diritto all'esistenza del proprio Paese e la prospettiva di una convivenza, accompagnando sempre tali idee con severe critiche verso le politiche di alcuni governi israeliani. Analogamente, figure internazionali come Michael Douglas hanno ribadito il riconoscimento del diritto di Israele alla sicurezza, pur invocando soluzioni politiche e diplomatiche al conflitto.
Al di là delle singole posizioni, colpisce come qualsiasi tentativo di introdurre complessità venga immediatamente interpretato come appartenenza a una fazione. C'è qualcosa di profondamente malato nel dibattito occidentale sul Medio Oriente. Non è la passione politica e non è il dissenso: è la rinuncia sistematica alla verifica dei fatti. È il trionfo dell'appartenenza sulla conoscenza, dello slogan sull'argomentazione, del riflesso ideologico sulla realtà.
Da anni assistiamo a una progressiva sostituzione dell'analisi con il tifo. Chiunque osi introdurre dati, contesto storico o elementi di complessità viene immediatamente catalogato in una delle opposte fazioni. È la negazione stessa del metodo radicale.
Noi continuiamo invece a rivendicare l'insegnamento più prezioso di Luigi Einaudi, che Marco Pannella pose a fondamento delle lotte radicali: conoscere per deliberare.
Per questo diciamo con chiarezza una cosa che oggi sembra diventata scandalosa: siamo sionisti. Lo siamo nel significato più semplice, laico e autentico del termine. Difendiamo il diritto all'esistenza dello Stato di Israele e il diritto del popolo ebraico all'autodeterminazione, esattamente come difendiamo il diritto di ogni altro popolo a vivere libero da minacce di annientamento. Il nostro sionismo non nasce da una fede nazionale, religiosa o identitaria, ma da una scelta politica, liberale e transnazionale.
L'eccezione democratica: Siamo sionisti perché Israele rappresenta oggi, nel Medio Oriente, l'unica democrazia pluralista nella quale comunità diverse partecipano alla vita pubblica attraverso il voto, la rappresentanza parlamentare, la magistratura indipendente e la libertà di organizzazione politica.
La tutela dei diritti: Lo siamo perché consideriamo un valore essenziale l'esistenza di uno Stato nel quale le donne esercitano pieni diritti politici, nel quale la comunità LGBTQ+ gode di tutele legali e nel quale la libertà religiosa e di coscienza sono garantite in un modo sconosciuto a gran parte della regione.
La difesa delle libertà: Lo siamo perché la storia del radicalismo è la storia della difesa delle libertà individuali contro ogni forma di fanatismo, clericalismo e totalitarismo.
La proposta transnazionale: Israele nell'Unione Europea
Proprio all'interno di questa visione si inserisce una delle battaglie più lungimiranti e storiche di Marco Pannella e del Partito Radicale: la proposta di adesione di Israele all'Unione Europea. Una campagna d'iniziativa che per decenni ha visto i radicali mobilitarsi sia a Bruxelles che alla Knesset.
Per Pannella, l'ingresso di Israele nella UE non era una provocazione geografica, ma una necessità geopolitica: lo Stato ebraico, inteso come "avamposto di democrazia e legalità internazionale" nella regione, doveva trovare la sua naturale collocazione istituzionale nell'alveo delle democrazie occidentali. Questa "israelizzazione del Medio Oriente" – intesa come esportazione dello Stato di diritto – veniva considerata dai radicali l'unico vero antidoto contro i fondamentalismi e i regimi totalitari dell'area, nonché la via più solida per garantire, sotto l'egida e le tutele del diritto europeo, la nascita di un reale processo di pace e stabilità e la futura autodeterminazione dello stesso popolo palestinese.
Difendere il diritto all'esistenza di Israele e chiederne l'integrazione europea non significa però identificarne lo Stato con il suo governo, né condividerne le singole scelte contingenti. Non significa rinunciare a criticare gli abusi del potere, gli errori politici, le violazioni del diritto internazionale o le derive nazionaliste. La critica del potere, per un radicale, non conosce eccezioni.
Il banco di prova dei fatti
Se davvero si vuole parlare dei diritti dei palestinesi, occorre avere il coraggio di guardare tutta la realtà e non soltanto la parte che conferma i nostri pregiudizi.
1. La condizione dei profughi nei Paesi arabi
Per decenni, centinaia di migliaia di palestinesi nei paesi arabi confinanti hanno vissuto in una condizione di grave precarietà giuridica e di forte limitazione dei diritti civili. In Libano, ad esempio, i rifugiati palestinesi subiscono ancora oggi restrizioni discriminatorie in materia di accesso alla cittadinanza, diritto di proprietà e accesso a decine di professioni liberali. Intere generazioni sono cresciute senza una vera integrazione civile, utilizzate troppo spesso come strumento di pressione geopolitica anziché come individui titolari di diritti sacrosanti. Si tratta di una realtà che raramente trova spazio nelle campagne internazionali o nelle mobilitazioni universitarie occidentali.
2. La realtà degli arabi israeliani
Dall'altra parte della frontiera, circa due milioni di cittadini arabi vivono all'interno di Israele, rappresentando oltre un quinto della popolazione totale del Paese:
votano ed eleggono i propri rappresentanti alla Knesset;
fanno parte della magistratura, dell'amministrazione pubblica e del mondo accademico;
costituiscono una componente vitale e strutturale del sistema sanitario israeliano, anche ai massimi livelli professionali.
Significa forse che in Israele non esistano discriminazioni? No. Chiunque abbia a cuore la verità deve essere capace di tenere insieme due fatti contemporaneamente: esistono discriminazioni, disuguaglianze e tensioni che colpiscono gli arabi cittadini d'Israele; ma esistono anche diritti politici, civili e giuridici che nel resto della regione mediorientale rimangono del tutto inaccessibili. Il pensiero dogmatico vive di verità assolute; il pensiero liberale vive della complessità dei fatti.
Il terrorismo e la rimozione della realtà
Israele non vive in un laboratorio teorico. Dalla sua fondazione ha affrontato guerre, attentati, campagne terroristiche, lanci di missili contro obiettivi civili e la costante minaccia di organizzazioni che dichiarano apertamente la volontà di cancellarlo dalle mappe. Ricordarlo non significa giustificare ogni operazione militare, ma rifiutare una lettura falsificata della storia.
L'antimilitarismo radicale non consiste nel chiudere gli occhi davanti alla violenza quando questa viene esercitata da gruppi armati, organizzazioni terroristiche o fondamentalismi religiosi. Consiste nel denunciare la violenza ovunque si manifesti:
le bombe che cadono sui civili palestinesi sono una tragedia,
le bombe che esplodono contro i civili israeliani sono una tragedia;
la morte di un bambino non cambia significato a seconda della bandiera che sventola sopra il luogo della sua sepoltura.
Per questo la nostra posizione resta quella della nonviolenza politica, del diritto internazionale e della ricerca di una pace fondata sul riconoscimento reciproco e non sulla distruzione dell'altro. Difendere il diritto dei palestinesi a vivere liberi e sicuri non è incompatibile con la difesa del diritto di Israele a esistere. Al contrario, le due rivendicazioni si sostengono a vicenda.
Il nuovo conformismo
La vera emergenza politica europea non è la scarsità di informazioni, ma l'eccesso di ideologia. Viviamo in un tempo nel quale il conformismo si presenta come spirito critico e il pregiudizio viene scambiato per impegno civile:
basta affermare che Israele ha diritto a esistere per essere accusati di approvare qualsiasi scelta del suo governo;
basta ricordare l'esistenza del terrorismo islamista per essere accusati di ignorare le sofferenze palestinesi;
basta chiedere un'analisi fondata sui fatti per essere sommersi da slogan che sostituiscono il ragionamento.
È il trionfo della politica ridotta a tifoseria, la sconfitta della cultura liberale, il rifiuto della complessità che precede sempre il ritorno delle passioni tribali. Noi radicali continueremo a scegliere una strada diversa: la strada del dubbio contro le certezze assolute, della verifica contro la propaganda, della nonviolenza contro il fanatismo e del diritto contro la legge della forza. La lezione della storia è semplice e terribile allo stesso tempo: quando una società smette di ragionare e comincia a credere per pura appartenenza, la libertà diventa la prima vittima e quando il diritto viene sostituito dal dogma, la tragedia non tarda mai ad arrivare. Per saperne di più sulla proposta transnazionale dell'ingresso di Israele nell'Unione Europea, è possibile visionare questo servizio d'archivio di Radio Radicale, con Pannella che parla con Bordin.

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